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La banalità del question answering

Sto accompagnando in giro per università un simpatico collega americano, program manager del progetto Jeopardy. Il 'research challenge' di IBM consiste nel far gareggiare un computer con gli umani in un gioco molto in voga negli States che somiglia al Rischiatutto del compianto Mike Bongiorno (e in effetti ne rappresenta l'archetipo, essendo nato quasi cinquant'anni fa).

Battere l'uomo nel 'question answering' non è facile (si fa per dire) come batterlo a scacchi, obiettivo già raggiunto alla fine degli anni '90. Si tratta analizzare una frase in linguaggio naturale (la domanda) e di scandagliare una gigantesca memoria enciclopedica alla ricerca di una frase molto specifica (la risposta) in un tempo definito e molto limitato. Qui non si può entrare nel dettaglio di come ciò sia fattibile, ma posso dire che gli algoritmi non bastano: ci vogliono molti buoni dati, molto calcolo parallelo e anche un po' di fortuna.

Una cosa interessante è la 'percezione sociale' del challenge. L'amico mi racconta che molte persone per così dire 'comuni' ritengono banale, per un computer, battere l'uomo ad un gioco a quiz, mentre ancora si sorprendono del fatto che un computer possa superarci agli scacchi. L'ammirazione risale un po' quando si avverte che il computer non ha accesso a Internet, e che tutta la conoscenza in suo possesso è memorizzata nei suoi dischi. Internet sa tutto, si dice, e rispondere ad una domanda con google e wikipedia online è un gioco da ragazzi. Quasi conviene che il computer inizialmente perda un po', tanto per dare l'idea di come la conoscenza linguistico-enciclopedica sia in realtà una frontiera estrema della ricerca informatica.