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Parlare è pensare?

L'Economist ha promosso tra i suoi lettori un sondaggio sull'ipotesi Sapir-Whorf, quella cioè secondo la quale il linguaggio determina il pensiero. La celebre osservazione di Whorf, negli anni '30, prende spunto dal lessico degli Inuit, i quali, avendo molte parole per dire 'neve', sembra mostrino maggiore raffinatezza nel ragionare sulla neve. L'potesi non era nuova (risale almeno a von Humboldt) nè mancò di essere in seguito criticata. Ma evidentemente il tema è ancora attuale.

E il vincitore del sondaggio è proprio Whorf, a larga maggioranza (78%). Sfortunatamente per il senso comune whorfiano, l'ipotesi, per essere valutata, richiede che ci si accordi almeno sul significato delle parole con cui è formulata. Ma questo, se l'ipotesi è vera, dipende dal linguaggio, e dunque non se n'esce.

Pensiero e linguaggio si tengono per mano, come due vecchi inseparabili amanti.

 

Commenti

Il pensiero non può che esistere prima del linguaggio. Il linguaggio è solo una tecnica di traduzione. Cosa si potrebbe esprimere senza avere già in mente un pensiero, che sia esso ancora allo stadio larvale, figurativo, emotivo, immaginario, simbolico…? Un bimbo che ancora non sa parlare forse non ha alcuna forma embrionale di "pensiero"? Quando fatico e mi arrovello per trovare le parole più affini a ciò che ho in mente significa che non esiste ancora "quel" pensiero che intendo esprimere? Il linguaggio è solo una delle tecniche più evolute - e meravigliose - di cui ci siamo dotati per la necessità di comunicare col prossimo. Forse lo strumento più raffinato, sofisticato, utile e, soprattutto, immediato per "tradurre" ad altri il proprio "pensiero". Peraltro solo a chi conosce bene la mia lingua.
Inoltre. Se non avessi "pensieri" che bisogno avrei di utilizzare un linguaggio? I pennelli e le matite, la musica, la danza sono venuti prima o dopo il bisogno di esprimere qualcosa? Sono solo strumenti per scrivere o disegnare. Potrebbe uno scrittore o un artista conoscere alla perfezione lo strumento del comunicare, se non sapesse in embrione cosa comunicare?

Non credo che esista un prima e un dopo per ciò che concerne linguaggio e pensiero. Si alimentano vicendevolmente: penso e ho la necessità di parlare e codificare ciò che penso ma, anche, parlo e comunico e parlando il mio pensiero si arricchisce. Io esisto e ho la percezione di me e so come sono ma davanti allo specchio colgo dei particolari che senza mi sfuggirebbero.

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