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Le verità della politica

Enrico_Letta_2013«Pensare che dopo 20 anni di guerra civile in Italia, nasca un governo Bersani-Berlusconi non ha senso. Il governissimo come è stato fatto in Germania qui non è attuabile» (Enrico Letta, 8 aprile 2013). «I contrasti aspri tra le forze politiche rendono non idoneo un governissimo con forze politiche tradizionali» (Enrico Letta, 29 marzo 2013).

Per una lista completa (e molto lunga) di dichiarazioni recenti di esponenti del Pd, contraddette dalla nascita del governo Letta, rimando al blog di Giuseppe Civati. ll repertorio di dichiarazioni politiche prontamente smentite dai fatti è peraltro vastissimo. Si tratta di un genere letterario bipartisan, diffuso in tutto il mondo sin dall'origine della politica come la conosciamo oggi. Quindi è inutile indulgere nel facile sarcasmo, o fissarsi su un vano appello alla coerenza, bisogna piuttosto capire se all'origine di questa apparente indifferenza della politica per la realtà ci sia qualche seria questione formale.

Io credo che la questione sia quella del rapporto assai complesso tra verità e tempo. La logica temporale ci offre alcuni operatori per parlare di verità delle proposizioni rispetto a un insieme di "mondi" che rappresentano situazioni passate e future. Con questi operatori, possiamo dire ad esempio che non farò un governo con X è vera al tempo t solo se in nessun tempo t' successivo rispetto a t  è vero che mi trovo al governo con X. Dunque le proposizioni di Letta, ascoltate oggi, suonano indubbiamente false. Ma lo sono davvero? Erano false al tempo in cui le abbiamo udite? E come dobbiamo giudicare il fatto di averci creduto?

Si tratta di una faccenda un po' complicata. Al tempo attuale (t), noi non sappiamo, normalmente, cosa sarà nel futuro (t'). Il futuro è un mondo possibile non attuale, in linea di principio non attingibile al tempo in cui affermiamo qualcosa. Certamente, ci sono molte conversazioni in cui ci impegnamo sul futuro, in genere usando il relativo tempo verbale.  È facile dire un giorno morirò, senza tema d'essere smentiti, perché si fa riferimento a una necessità di ordine naturale. È anche comune 'commettersi' a qualcosa che ricade sotto il dominio della nostra volontà, ad esempio: domani andrò al mare. In ogni caso, queste proposizioni, al tempo del loro proferimento, non sono né vere né false, a meno di non avere tutto il tempo sotto lo sguardo, e cioè di essere simili a un dio.

A sentire Dummett (Verità e passato, Cortina 2006), anche nel momento in cui fossero verificate (o falsificate), il valore di verità acquisito dalle proposizioni al tempo futuro non agirebbe retroattivamente, un po' come se il tempo fosse impermeabile alla verità. Se io dico: mia figlia farà la dottoressa, oggi non posso attribuire un valore di verità alla proposizione. Ma anche se tra dieci anni si vedesse che mia figlia fa in effetti l'attrice, nessuno, secondo questa concezione, potrebbe dire che la proposizione, oggi, era falsa. Oggi, il valore di verità non c'è, punto e basta, e nessuno, tornando dal futuro, ce lo potrà mai mettere. Le definitive, assertorie, e oggi manifestamente fallaci dichiarazioni di tanti politici, dunque, rimarrebbero (e sarebbero comunque rimaste) nel limbo delle opinioni registrate dalla storia, delle narrazioni, insomma.

Una visione di questo tipo (antirealistica, si può dire), potrebbe alleggerire non poco la coscienza dei poveri militanti del Pd, oggi comprensibilmente perplessi e disorientati, se non completamente furibondi, non solo verso i dirigenti del loro partito, ma anche (e questo è davvero grave) verso se stessi. Infatti, se la proposizione politica è sostanzialmente narrativa, neanche ha molto senso arrovellarsi in ricostruzioni di tipo causale sulla successione di atti linguistici che ha determinato la situazione attuale. Le narrazioni non sono leggi o contratti, esse evocano qualcosa, ma causano ben poco, nel bene e nel male. Qualsiasi cosa abbiamo compreso oggi delle proposizioni enunciate in passato, non deve mutare il giudizio sul credito che abbiamo concesso a quelle parole, che era e sarebbe stato, in ogni caso, riposto nel vento. La saggezza popolare insegna che del senno del poi son piene le fosse. C'è un preciso motivo formale per questo, inutile accanirsi o tormentarsi.

Dunque dovremo essere, in futuro, definitivamente scettici? Certo che no. Ad esempio, si potrà dar credito a proposizioni meno commissive e più descrittive, riguardanti ad esempio il presente, il tempo in cui le parole incontrano i fatti, proprio sotto i nostri occhi. Ma soprattutto, se non è possibile trasferire la verità attuale su una proposizione del passato, si può tuttavia giudicare oggi l'accuratezza (o la buona fede) del locutore di ieri, con ottime probabilità che si tratti, per quello, di una proprietà persistente nel tempo. Insomma c'è ancora tanto che la verità può fare per la salute della nostra vita politica, sempre che abbiamo l'accortezza di cercarla nel posto giusto.

 

 

 

 

Commenti

Per parlare della verità, o della falsità, della politica non c'è bisogno di scomodare la logica formale: un politico di primo piano dichiarò una volta alla trasmissione "La zanzara" che le affermazioni di un politico hanno valore solo nel momento nel quale sono fatte quindi vede che arriva in ritardo perché anche in questo caso era posto in evidenza il tempo.
Ma perché dovrei votare lui o un suo collega?
Dal punto di vista formale non è vero che un'affermazione sul futuro non può essere vera o falsa perché basta considerare altre proposizioni che la producono, che poi sono le motivazioni presenti, e farne dipendere un certo grado di attendibilità.
Per concludere considero un tradimento del mio voto l'attaule governo e quindi alle prossime elezioni si cambia.

Sergio, io dico esattamente il contrario, le affermazioni politiche sul futuro non hanno un valore di verità al tempo attuale, e quando alla fine lo acquistano, esso (secondo molti filosofi della logica) non ha effetti retroattivi. Il politico che ha udito sbagliava, e probabilmente anche lei è in errore.

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