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Il realismo dei robot che verranno

Robots

Ray Kurzweil,  66 anni, tra i più noti personaggi dell'Intelligenza Artificiale, è il nuovo "Director of Engineering" di Google. Questo può apparire in contrasto col giovanilismo che contraddistingue l'azienda californiana, ma bisogna tener conto che Kurzweil ritiene di poter vivere molto a lungo, forse (perché no?) in eterno, e dunque, tecnicamente, è ancora nella sua infanzia. Crede infatti che, grazie  all'esponenziale andamento del progresso scientifico, farà in tempo a vedere il giorno in cui qualcuno (o qualcosa) inventerà l'elisir di lunga vita. Nel frattempo, assume quantità impresionanti di integratori alimentari e coadiuvanti chimici, nonché (per fortuna) qualche bicchiere di vino rosso.

Genio precocissimo, inventore tra i più prolifici (strumenti musicali elettronici, scanner, riconoscitori di caratteri e di parole, tanto per dare l'idea), sostenitore del 'transumanesimo' (la convinzione che l'umanità possa trascendere i propri limiti attraverso le tecnologie), preconizzatore della 'singolarità' (il momento in cui il progresso sarà così rapido che non gli staremo più dietro, e i robot ci rimpiazzeranno), Kurzweil ha collezionato 19 dottorati 'honoris causa' dalle università di tutto il mondo.

Un Übermensch praticamente onniscente e potenzialmente immortale al servizio di un'azienda dalle risorse informative e finanziarie di fatto illimitate. Per fare che? Per aiutare le macchine a comprendere il linguaggio naturale: "il mio progetto" – spiega – "è in definitiva quello di basare la ricerca sulla reale comprensione di quello che il linguaggio significa".

Nella sua estesissima competenza, sicuramente Kurzweil sa che "la reale comprensione di quello che il linguaggio significa" è questione alquanto controversa. Il linguaggio "significa realmente" qualcosa? Alla data, Google restituisce circa 22 milioni di pagine associate alla parola "skepticism". Queste includono notizie di coloro i quali, a più riprese nella storia della filosofia antica, moderna e contemporanea, da Pirrone, a Hume, all'ultimo Wittgenstein,  hanno dubitato che la realtà possa offrire solide fondamenta a cose come il linguaggio. Che vorrebbe dire allora "significare realmente"? Realmente per chi? A fronte di quale realtà?  Quella fisica? Quella psichica? Quella sociale? E osservata in quale modo? In qual modo discussa, se non, circolarmente, col linguaggio stesso?

Evidentemente, Kurzweil non è uno scettico: ha una risposta, e prima o poi, in un momento della sua eternità, quando i suoi robot avranno capito (o forse sancito) quello su cui noi umani ci interroghiamo da millenni, ce la dirà.