Nova100
21 Maggio 2011

Facebook brevetta il segno

Fb-patent Si descrive un metodo per etichettare risorse digitali. Il metodo prevede la selezione di una risorsa e la selezione di una regione al suo interno. Il metodo inoltre può prevedere l'associazione di una persona o entità con la regione selezionata, e l'invio di una notifica dell'avvenuta associazione alla relativa persona o entità, o a una diversa persona o entità. Il metodo può inoltre prevedere l'invio di pubblicità assieme alla notifica. Zuckerberg et al. US Patent 7,945,653 – 17 Maggio 2011

Questa è la scarna sintesi del brevetto con cui Facebook ha recentemente acquisito l'esclusiva mondiale del tagging.

Chiunque usi la social network par excellence sa bene che il tagging (etichettatura) è diventato uno strumento fondamentale e carico di significato. Basta avere amici nell'ordine delle centinaia (e chi non ne ha?) ed ecco che lo stream delle usuali notifiche si frantuma in un incomprensibile caledoscopio. Col tagging è diverso: il tag ti riguarda, ti nomina, ti associa a qualcosa, richiama puntualmente il tuo click.

Ma cos'è il tag se non un segno? Cos'è se non l'aliquid pro aliquo dell'era digitale? Torniamo a leggere il brevetto: si seleziona qualcosa in una risorsa digitale  (può essere un volto in una foto, la sequenza di un film, un brano di musica, un passaggio in un post, il record di un evento), si sceglie il nome di una persona o di un entità (anche, perché no?, un'astrazione), si pongono questi due oggetti in relazione. L'uno nomina l'altro, lo richiama alla coscienza, proprio come il significante richiama il significato. Insomma, il segno, o almeno qualcosa che gli somiglia molto, è stato brevettato. Se Agostino, Peirce, o Saussure ci avessero pensato prima, ora i loro eredi sarebbero ricchissimi.

Da oggi, chiunque voglia evocare entità identificate nella rete (e ve ne sono miliardi) mediante risorse digitali (digital media, nella dicitura originale) o loro parti significative (e ve ne sono miliardi alla miliardesima potenza), potrebbe sentir bussare alla porta l'avvocato di Zuckerberg. Non mi sembra una bella notizia.

Questo avviene in un mondo in cui la proprietà intellettuale è conferita dagli uffici brevetti con logiche capricciose, spesso malcerte, a volte perverse. Si è sempre, e giustamente, difesa l'idea che gli algoritmi non si possano brevettare. Ma si consente l'appropriazione dei cosiddetti business methods, concetto vago nel quale, con qualche buon ufficio (probabilmente più facile da ottenere se si ha in tasca qualche miliardo), si può far rientrare di tutto.

Certo, farebbe molto piacere a Zuckerberg se tutta la semiotica della rete fosse gestita da Facebook. Ma questo vertiginoso risultato è esattamente una di quelle cose da cui ci si aspetta che una governance della rete non dico illuminata ma semplicemente ragionevole metta al riparo. Pur confidando nella governance, è urgente che la comunità si impegni concretamente per l'adozione di standard aperti per le reti sociali.