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Dati pubblici: l’apertura da sola non basta

Ero poco più che un ragazzo quando partecipai per la prima volta, nella sede della preposta Agenzia Governativa, ad una riunione sul tema dell’integrazione dei sistemi informatici della Pubblica Amministrazione, ovvero sulla Rete Unitaria, poi ripensata come Sistema Pubblico di Connettività (SPC). Si era al tempo dell’AIPA (1993-2003), poi trasformata in CNIPA (2003-2009), poi ribattezzata DigitPA (2009-2012), ora Agenzia per l’Italia Digitale (AgID).

La discussione verteva, al tempo, sui protocolli di comunicazione tra sistemi distribuiti: su CORBA, DCOM ed altre amene tecnicalità. Inopportuno come un idiota dostoevskijano, osservai ad un tratto che forse, più che discutere su come pettinare i bit per spedirli da un capo all’altro, sarebbe stato interessante capire come redigere un “dizionario dei dati”, per spiegare il significato di quei bit a chi avrebbe dovuto usarli. L’arcigno ingegnere che presiedeva quel consesso (laureato in prestigioso ateneo nazionale) mi zittì ringhiando che di quel dettaglio si sarebbero poi facilmente occupate le singole amministrazioni.

Pochi mesi dopo, l’industria informatica (statunitense) si accordò su uno standard nuovo, facile e ben connesso all’impetuoso sviluppo del Web (il Simple Object Access Protocol, o SOAP, per chi lo ricorda ancora), e tutta quell’accesa discussione istituzionale sulle minuzie del distributed computing sfumò come d’incanto. Davanti alla disarmante semplicità del nuovo middleware (in buona sostanza, basato sullo scambio di documenti XML attraverso il protocollo HTTP), l’ingegno italico si mise al lavoro per aggiungere all’anglosassone schiettezza il tocco inconfondibile della burocrazia nazionale. Nacque così la ‘busta di eGovernment’ dell’SPC: una sovrastruttura che avrebbe dovuto regolare alcuni aspetti formali della comunicazione. Ma per quanto concerne il contenuto, tutto veniva ancora differito ai cosiddetti ‘accordi di servizio’, cioè intese bilaterali, ad-hoc, delle singole amministrazioni. Un po’ come se, nel parlare, avessimo molte regole di bon ton, ma con ogni interlocutore dovessimo pattuire un lessico speciale.

Intanto faceva capolino il Semantic Web, con le sue ontologie, e si iniziava a dire ufficialmente (si era ai tempi del Ministro Nicolais) che insomma sì, per integrare i suoi dati, forse la Pubblica Amministrazione ne avrebbe avuto bisogno (l’arcigno ingegnere dell’AIPA, a quei tempi, girava per convegni proclamando: “Servono le ontologie? Io l’avevo sempre detto!”). Il registro dei servizi SPC fu abilitato alle ‘annotazioni semantiche’ (e qui ci misi pure il mio zampino). Ma per farlo funzionare ci volevano appunto quelle ontologie, e se qualcuno si aspettava che ministeri ed enti pubblici si trasformassero in tante Scuole di Atene, questo rimase, non imprevedibilmente, deluso: la germinazione spontanea dei concetti della Pubblica Amministrazione non ci fu mai, e il registro rimase desolatamente vuoto.

Da qualche tempo, in AgID, seguendo gli usi più recenti, si parla di Linked Open Data, cioè non di scambiare documenti, ma di pubblicarne le strutture di contenuto, o accedervi con speciali (invero un po’ ostici) linguaggi di interrogazione. Sarebbe una bella novità, specie se supportata da normative coraggiose sulla disponibilità dei dati pubblici. Ma di tali strutture e tali linguaggi, ancora una volta, alla Pubblica Amministrazione è data solo la forma. Qualche ontologia comincia qui e lì a germogliare, qualcuna ben fatta, qualcun’altra destinata a morte prematura, e di linee guida pure si parla. Sembrano lontani i tempi in cui il “dizionario dei dati” era relegato ad una nota a piè di pagina. Ma siamo ancora ai prolegomeni, e di un piano organico di sviluppo per il linguaggio dei dati della Pubblica Amministrazione, a più di vent’anni dalla fondazione dell’AIPA,  ancora non v’è traccia.

L’idea dei Linked Open Data della P.A., senza la costruzione di una comune concettualizzazione, svanirà nel nulla come le precedenti nella non breve storia dell’informatica pubblica. Detto questo, nessuno si nasconde che produrre questa concettualizzazione sia tutt’altro che banale. Ma almeno non bisognerà mettere mano a milionarie gare d’appalto: abbiamo in Italia, e proprio nella P.A., alcuni tra i migliori esperti mondiali di questa materia.


 

Ma non sarà questo infine il problema, principe?

– Non v’intendo

– Dico: chi caverà mai tre milioni di rubli da un’ontologia? Quali funzionari verranno mai chiamati a banchetto dallo Zar per una cosa tanto effimera?

– Avete ragione Rogozin, sono proprio un idiota