L’essenza dell’AI

Una domanda attraversa irrisolta l’intera storia della filosofia occidentale: l’essenza precede l’esistenza, o l’esistenza precede l’essenza? Somiglia alla famosa questione dell’uovo e della gallina, ma presa terribilmente sul serio.

La differenza tra essenza e esistenza si può riassumere così: l’essenza è qualcosa che c’è prima che accada qualsiasi cosa, e perciò la determina; l’esistenza è il puro e semplice accadere, ed è ciò per cui le cose sono quello che sono. L’essenza indica che cosa una cosa deve essere per poter essere ciò che è; postula una struttura di possibilità e vincoli che precede e orienta ciò che accade. L’esistenza è invece il fatto stesso che quella cosa ci sia, il suo darsi concreto nel mondo, l’insieme dei processi per cui la cosa è nella sua dinamica.

Il partito dell’essenza è stato a lungo al governo del pensiero occidentale. Da Parmenide e Platone in poi, l’idea che esistano forme, nature o strutture anteriori all’accadere ha fornito una solida architettura concettuale, rafforzata per secoli dall’istituzione di un unico Dio. L’essenza garantiva – dettaglio non trascurabile – l’ordine sociale, per sbagliato e oppressivo che fosse.

Il partito dell’esistenza, al contrario, ha avuto una storia irregolare e spesso marginale: insomma una specie di sinistra. Da Eraclito, con il suo fluire nel tempo, alla fisica combinatoria di Epicuro, l’accadere senza progetto ha attraversato la filosofia occidentale come una corrente sotterranea, mai prosciugata ma raramente legittimata.

È solo nell’Ottocento, con Kierkegaard e Nietzsche, che questa linea passa dal sottosuolo alla rivolta aperta: l’esistenza singolare, contingente, rischiosa viene rivendicata contro ogni cosa già data. Nel Novecento, questa insurrezione non produce un nuovo ordine, ma una messa in discussione dei fondamenti: dall’esistenzialismo di Heidegger e Sartre fino al cosiddetto pensiero debole, che più che governare ha lavorato a decostruire il palazzo.

L’essenza ha, rispetto all’esistenza, un indubbio vantaggio: placa l’irritazione del dubbio. L’ansia per ciò che accade trova ristoro in un perché fuori dal tempo. L’essenzialismo non spiega meglio il mondo, ma lo sottrae all’incertezza del divenire. Ecco forse perché, nella discussione sulla big thing filosofica del momento – avete indovinato: l’AI – l’essenzialismo decisamente prevale.

La discussione sul vero significato nell’AI generativa è un caso emblematico di riflesso essenzialista. La domanda tipica suona così: i modelli linguistici capiscono davvero il significato di ciò che dicono? Sottinteso: esiste un significato autentico, stabile, interno, fondato – grounded, si dice – e bisogna verificare se la macchina ne sia dotata oppure no. È una domanda confortevole perché colloca il problema fuori dal divenire: se l’automa ha il significato, allora è intelligente; se non lo ha, allora è un “pappagallo stocastico”: il caso è chiuso con gran sollievo degli umani.

L’essenzialismo funziona come un ansiolitico concettuale: se il significato “vero” è già tutto fatto nella coscienza — whatever it is — nell’intenzionalità o, diciamolo senza infingimenti, nell’anima, allora ciò che produce l’AI può essere derubricato a simulazione. Non importa quanto incida sulle vite e sul mondo: in realtà non significa nulla e va usata tutt’al più di nascosto.

Nel frattempo, però, il significato continua a fare quello che ha sempre fatto: non essere, ma accadere. Il punto è che l’AI usa il significato senza timori reverenziali né referenziali: parla delle nostre cose, produce testi coerenti, risponde in contesto, orienta decisioni, sostituisce — il più delle volte efficacemente — atti linguistici umani. Funziona, circola, produce conseguenze, coscienza o non coscienza.

Il significato non sta nelle intenzioni del locutore, ma è un effetto dell’interazione e, soprattutto, dell’interpretazione di chi riceve l’enunciato. Certo, se il locutore è una macchina questo mette a disagio; ma il disagio non rende meno inadeguata una teoria realista del significato che, almeno in teoria, abbiamo già archiviato nel secolo scorso.

La domanda, allora, non è che cosa sia una macchina che parla, ma che cosa accade quando parla una macchina.

Nella macchina, parlare è un processo, una sequenza di operazioni. Attivazioni distribuite in reti neurali profonde, retaggio del training e delle sue sedimentazioni statistiche; ma anche euristiche di interpretazione del prompt, meccanismi di ricerca operativa, selezione di percorsi plausibili nello spazio delle risposte. Non c’è un “significato interno” da esprimere, bensì una competenza pratica nel produrre enunciati che funzionano in un contesto dato.

Dal lato umano, però, accade tutt’altro. L’enunciato viene immediatamente contestualizzato, socializzato, valutato. Lo inseriamo in una situazione comunicativa: attribuiamo pertinenza, rilevanza, talvolta autorità. Rispondiamo, correggiamo, ci affidiamo. In breve, facciamo quello che facciamo sempre quando qualcuno parla: interpretiamo. E interpretando, produciamo significato.

Il punto critico è qui: l’asimmetria. La macchina non sa di parlare, ma il linguaggio accade lo stesso. Il significato non risiede nelle intenzioni originali, ma si stabilisce nell’uso. È una cosa che conosciamo da un pezzo e che l’AI rende oggi impossibile ignorare: il senso non è una proprietà privata del locutore, bensì un effetto pubblico dell’interazione.

Quando parla una macchina non si deteriora l’essenza del linguaggio, semplicemente perché questa essenza non c’è. Non è il linguaggio a cambiare natura quando parla una macchina: siamo noi a sperimentare, finalmente, il luogo dove il significato ha sempre abitato — non nei cervelli, naturali o artificiali, ma nello spazio intersoggettivo. Uno spazio in cui oggi si stabiliscono forme di co-esistenza con automi linguistici, in un meticciato operativo già in atto, che proseguirà del tutto indifferente alle nostre consolazioni essenzialiste.