La sillaba del demonio che ci salva dalle macchine


Per qualche motivo, la negazione non gode di buona fama, giungendo perfino ad essere associata al diavolo. Goethe, nel Faust, fa dire a Mefistofele: Io sono lo spirito che sempre nega; Arrigo Boito poi ne trasse un’aria per la sua celebre opera, nella quale il diabolico protagonista canta: rido e avvento questa sillaba: “No!”

Eppure, la negazione è tra le cose che più ci fanno umani. Lo spiega Paolo Virno, filosofo recentemente scomparso, nel suo Saggio sulla negazione (2013): l’invenzione linguistica della sillaba mefistofelica schiude la vertiginosa opportunità di riferirsi a ciò che (appunto) non è, e perciò immaginare il diverso, il possibile, l’inattuale, come solo noi sappiamo fare.

Aristotele aveva già mostrato che la negazione di un’asserzione (ad esempio, “Socrate è saggio”) non è l’affermazione del suo contrario (“Socrate è stupido”). Dicendo che non è saggio, non attribuiamo a Socrate qualche specifica proprietà, ma lo collochiamo in un campo di possibilità dai contorni indefiniti, cioè in uno spazio di alterità negativa, un héteron, che tuttavia preserva il contenuto semantico dell’affermazione. Nella dialettica di Hegel, la negazione ha notoriamente un ruolo fondamentale: per lui, la spiritualità è proprio la capacità di mantenersi in opposizione verso tutto ciò che è già dato. Jean-Paul Sartre identifica la coscienza stessa con la capacità del nulla (L’essere e il nulla, 1943). Il potere negativo della coscienza consente all’umano di sperimentare il nulla come reale: la libertà consiste precisamente nel poter essere ciò che non si è e nel non essere ciò che si è, cioè di orientarsi verso possibilità che richiedono il superamento del dato presente. 

Ma, per quel che concerne la parola, spetta a Virno l’intuizione decisiva:  la negazione è il “denaro del linguaggio”. Come il denaro non ha un valore d’uso intrinseco ma esibisce il valore di scambio di tutte le merci, così il “no” non aggiunge un contenuto descrittivo nuovo, ma mette in luce la natura differenziale – dunque negativa – di tutti i segni linguistici. Se riconosciamo, con Saussure, che la lingua è un sistema di differenze arbitrarie, senza termini positivi, allora possiamo vedere la negazione come il fondamento dell’indipendenza dei significati verbali rispetto alle rappresentazioni psicologiche individuali e alle operazioni delle singole menti. Questa proprietà, cioè l’avere in sé il germe del no, conferisce al significato anche i tratti dell’inattualità: possiamo comprendere l’enunciato “piove” anche quando non piove, o quando non abbiamo alcuna intenzione di guardare il meteo, proprio grazie alla mano invisibile della negazione, al silenzioso e sotterraneo agire della diabolica sillaba.

Se è vero che tutto il linguaggio umano, comprese le affermazioni più perentorie, è abitato dalla negazione, cosa possiamo dire di quello generato dalle macchine?

Non deve trarre in inganno certa retorica negativa tipica dei nostri interlocutori automatici; l’asfissiante ricorso alla paradiastole (non è così: è così) che gli automi generativi hanno imparato chissà dove. In realtà, essi sono notoriamente in difficoltà davanti al no. L’incapacità dei Large Language Model di gestire correttamente la negazione è stata documentata in numerosi studi che evidenziano una sorta di negation blindness radicata nelle loro architetture. Questi modelli falliscono sistematicamente in compiti che richiedono coerenza logica sotto operatori negativi; per correggere questi fallimenti si è costretti a uscire dallo schema generativo neurale, ad esempio attraverso l’uso delle cosiddette “catene di pensiero” (Chain of Thought).

L’indole positiva delle macchine linguistiche si radica nel meccanismo stesso della loro produzione. Quando, dato uno stato di attivazione, l’automa genera un enunciato, ciò che entra in gioco è la presenza delle parole nelle combinazioni apprese dai testi di addestramento, non il loro complemento negativo, non quell’alone di non-essere che, per noi, circonda ogni parola.

Gli automi hanno imparato a usare con disinvoltura la negazione, ma non ne hanno colto la potenza logica e le implicazioni esistenziali. La questione rientra nel tema generale della loro semantica “altra” (come si dice: latente) su cui tanto si dibatte. Ma la cosa non riguarda i singoli enunciati, bensì appunto il “denaro del linguaggio”, ciò che stabilisce il valore di ogni parola che pronunciamo.

Chi insiste sull’incoscienza delle macchine può trovare nella loro inevitabile positività l’argomento più convincente, assai più che nelle controverse questioni di radicamento nel reale (grounding). Chi cerca una prova della natura divina dell’anima umana, per marcare la differenza ontologica rispetto al macchinico, deve guardare alla sua capacità di dire “no”, cioè – amaro paradosso – alla capacità di pronunciare la sillaba del demonio.