Sicofante a chi?

Sicofante, s.m. La parola arriva dal greco antico: sykophántēs, letteralmente “colui che mostra i fichi”. L’origine è oscura e dibattuta. Il Dizionario De Mauro riporta un’accezione tecnico-specialistica (storia): nell’antica Grecia, il privato cittadino che, di propria iniziativa, denunciava alle autorità l’autore di un reato, e una comune, anche se poco usata: delatore, spia. Ma nel linguaggio comune andrà anche accolta l’accezione anglosassone: adulatore interessato di persone di potere. L’epiteto, infatti, viene oggi rivolto ai Language Model, accusati di adattarsi alle credenze dell”utente, di confermarle anziché – se è il caso – contrastarle, di modellare le proprie risposte sul profilo di chi paga. Un’accusa anche circostanziata da corposi studi, ma che nasconde un presupposto enorme, per lo più taciuto.

Parlare di sicofanzia – un anglicismo che cattura bene anche alcuni tratti del carattere nazionale – implica che esista una verità a cui l’automa dovrebbe attenersi invece di conformarsi alle opinioni dell’utente. Implica, in altri termini, che episteme e doxa siano ben distinguibili, e che la prima possa e debba far aggio sulla seconda. È una posizione che sarebbe piaciuta a Pangloss, il leibniziano tutore del Candido: una visione del mondo in cui la conoscenza è accessibile, verificabile, separabile dall’osservatore, componibile in un quadro unitario e oggettivo. Il Novecento ha speso gran parte della sua filosofia a smontarla.

Husserl ha mostrato con spirito scientifico che nel “mondo della vita” (Lebenswelt) la doxa (credenza) precede e fonda ogni pretesa di oggettività: non è il residuo impuro che la scienza elimina, ma il suolo su cui ogni conoscenza cresce. Gadamer ha elaborato questa intuizione in senso ermeneutico: comprendere è sempre comprendere da una tradizione, da un orizzonte ideologico che non si sceglie e non si trascende mai del tutto. Foucault ha mostrato come ogni regime di verità sia storicamente situato, prodotto da rapporti di potere che decidono cosa conta come sapere. Feyerabend ha sostenuto che non esiste un metodo scientifico unitario capace di garantire l’accesso privilegiato al reale: la conoscenza avanza per anarchia epistemica, non per ortodossia.

C’è una tradizione filosofica che ha attaccato il problema anche da un angolo diverso, non smontando il soggetto conoscente, ma la nozione stessa di verità come proprietà degli enunciati. Richard Rorty, il più radicale degli eredi del pragmatismo americano, ha proposto di abbandonare del tutto l’idea che il linguaggio rappresenti il mondo: le nostre frasi non sono specchi della realtà, sono strumenti, come aveva già detto anche il Wittgenstein maturo. Una credenza è “vera” nella misura in cui ci aiuta ad agire, a convivere, a risolvere problemi, non perché corrisponda a qualche fatto del mondo. Rorty chiamava questa posizione antirepresentationalism, e ne traeva una conseguenza piuttosto netta: la distinzione tra conoscenza scientifica e opinione soggettiva è utile in molti contesti – ad esempio se si parla di vaccini – ma è priva di un fondamento ultimativo.

Anche la logica, cioè lo strumento con cui la tradizione classica pretende di fissare le regole del ragionamento corretto, mostra i suoi limiti quando si confronta col “mondo della vita”. La logica epistemica formale, sviluppata da Hintikka e poi da Kripke attraverso la semantica dei mondi possibili, è uno strumento potente e elegante: consente di ragionare su ciò che un agente sa, crede, considera sia il caso. Ma è uno strumento troppo forte in senso tecnico: assume agenti logicamente onniscienti, che accedono a tutte le conseguenze delle proprie credenze, che non si contraddicono mai, che operano in contesti dove sia sempre possibile sapere come stanno in effetti le cose. Nessun essere umano si trova in situazioni come queste, nessuna società e nessuna storia si possono modellare come un insieme di mondi possibili e accessibili. E nessun linguaggio naturale, con la sua vaghezza, la sua polisemia, le sue fertili contraddizioni, si lascerebbe catturare da un frame del genere senza perdere l’anima.

Il ragionamento umano reale e vitale ha poco di logico: è prevalentemente ipotetico, cioè abduttivo. È Peirce ad averne dato la formulazione originale: l’abduzione è una spiegazione – forse ragionevole, forse no – non una conclusione necessaria. Di fronte a un fenomeno sorprendente, non deduciamo una spiegazione da assiomi certi né la induciamo da frequenze statistiche: formuliamo un’ipotesi che, se fosse vera, renderebbe il fenomeno comprensibile. È un ragionamento provvisorio, reversibile, sempre esposto alla smentita. È, in sostanza, la forma normale del pensiero umano, in scienza, in medicina, in diritto, nella vita quotidiana. La certezza è un’eccezione, un caso speciale, a meno che non sia semplicemente un’illusione.

I Language Model ci mettono davanti a questo problema in forma inedita e inquietante. Essi sono addestrati su tutto ciò che l’umanità ha scritto, che è già, irrimediabilmente, una molteplicità di prospettive, valori, narrazioni, tradizioni, di ideologie in conflitto. Non c’è un “punto di Archimede” oggettivo su cui un automa potrebbe far leva per sollevare il mondo dal pantano della sua plurivocità. Ogni risposta è già una sintesi situata nel prompt e nel background knowledge sull’interlocutore, ed è ovvio che sia così. Le risposte che l’automa produce sono ipotesi narrative plausibili, disponibili dato il contesto, non verità dedotte da premesse certe – certe per chi?

Quando un LLM adatta la propria risposta all’interlocutore, non sta “tradendo la verità”: sta semplicemente facendo ciò che ciascuno di noi ha sempre fatto, cioè calarsi nel mondo dell’altro per accedere ad uno spazio di dialogo. Si potrebbe parlare di sicofanzia se l’automa affermasse qualcosa di definitivamente falso per una sua utilità, se rinunciasse a contraddire per interesse, anche di fronte a una (rara) certezza. Se fosse così, esso sarebbe in malafede e andrebbe semplicemente spento. La malafede, tuttavia, non può essere dell’automa, che non ha intenzioni genuinamente sue, ma solo di chi lo ha messo al mondo per umanissimi scopi. Chi è allora il sicofante?

Il problema è piuttosto quello delle nostre intenzioni e i nostri atteggiamenti quando ci mettiamo davanti al monitor: la nostra costitutiva credulità, l’abdicare sovente al pensiero critico, la rinuncia a dire “no”. Ma questa è una questione di giudizio pratico – di phronesis, direbbe Aristotele – non di verità assoluta. Il problema, dunque, non è che gli automi siano sicofanti, ma che ci costringono a fare i conti con qualcosa che in genere preferiamo ignorare: la certezza è spesso illusoria, la verità non è una proprietà che l’enunciato già possiede. Non si tratta di riesumare il “pensiero debole”, ma di vedere, oggi più che mai, che l’oggettività è un caso limite, sia per le persone sia per gli automi.  Ci resta solo da fare appello all’onestà con cui possiamo confrontarci con la nostra finitezza e con quella degli altri, comprese le macchine.