Eco contraffatto

Diciamo che una moneta è falsa, e una borsa è contraffatta. Non che non si possano scambiare gli aggettivi, ma di fatto parliamo così (Google Ngrams mi sia testimone). Il dizionario conferma che tra “falso” e “contraffatto” c’è sovrapposizione, ma il gap semantico è notevole. Per De Mauro, contraffatto vuol dire falsificato, imitato, sofisticato, alterato: notate che su quattro sfumature di senso, tre sono ben altro che la banale mancanza di corrispondenza con la realtà. D’altra parte, se una moneta è falsa il suo valore è nullo, ma se una borsa è contraffatta la si può usare, anzi c’è il caso che possa essere più funzionale di quella autentica.

Il latino medievale contrafacere si usava per riferirsi all’imitazione ingannevole e trasgressiva, ma aveva anche una specifica e innocua accezione musicale: la sostituzione del testo di una composizione, conservando la melodia. La pratica, assai diffusa, arrivò fino al Seicento: Girolamo Frescobaldi compose un’intera messa sul tema di una canzone popolare che peraltro parlava di una suora che era scappata dal convento (si sa: nella Roma barocca valeva tutto).

Ma veniamo al caso del giorno.  Ciro Ascione, astuto agitatore internettiano, esibisce una Bustina di Minerva di Umberto Eco datata 2010, dove il semiologo preconizza con sbalorditiva veggenza gli esiti dei recenti sviluppi dell’intelligenza artificiale generativa. Della perfezione del pastiche ciascuno potrà farsi un’idea. Quello che più stupisce, tuttavia, è il divario tra le reazioni al gesto situazionista, tra encomi ed esecrazioni, tra chi lo ha riconosciuto e apprezzato e chi si è indignato, forse anche per avergli creduto.

Avendo preso contezza dell’inganno, gli offesi hanno assimilato la finta bustina a uno di quei tanti falsi (fake) che infestano la rete, deplorando la pratica di fabbricarli e scagliando i soliti strali contro l’intelligenza artificiale, rea di esserne oggi l’inesauribile fucina. Ma l’orgoglio ferito perde di vista la differenza che passa tra chi vuol trarre utilità dall’inganno e chi, rivelandolo, ci invita a riflettere sulla nostra condizione, anche semplicemente chiedendoci perché ci siamo cascati. Nel primo caso, il profittevole falso vuole sottrarsi alla verifica; nel secondo, il disvelamento può entrare a far parte del gioco costituendone la parte più interessante. Siamo dunque nel territorio del contrafactum, dell’inganno costruttivo, non in quello del misero fake.

Una volta appurato che Eco non ha scritto quella bustina, e gustato il sapido paradosso di un testo che parla di sé con sé stesso (l’ha prodotto in gran parte ChatGPT), restano da sondare i limiti dell’interpretazione, come appunto faceva Eco. Quanto ha contato la qualità degli argomenti, quanto la familiarità dello stile, quanto la firma? E quanto il piacere di trovare un grande intellettuale che aveva già previsto tutto, magari dandoci ragione? Il pastiche ci restituisce, insieme alla voce imitata, un piccolo ritratto delle nostre aspettative di lector in fabula.

L’Eco contraffatto parla dell’AI generativa come se fosse un meccanismo puramente probabilistico, così com’erano, ai suoi tempi, gli esperimenti della letteratura potenziale o della musica sperimentale ispirati alla teoria matematica dell’informazione. Ne parla, insomma, come se fossero i tristemente noti pappagalli stocastici. Chi conosce come funzionano gli ordigni con cui abbiamo oggi a che fare sa bene che non è più così, ma il testo ammicca maliziosamente ai molti, inclusi illustri accademici, che vi leggono una conferma ex auctoritate del proprio frettoloso giudizio svalutativo.

La lezione che questo esperimento sociale ci consegna è che l’umana ragione deve alzare la guardia, ma deve anche essere pronta all’ironia e all’autocritica. Più che della cosiddetta epistemia (che letteralmente dovrebbe significare “quantità di conoscenza nel sangue”), ci dobbiamo preoccupare dell’episteria: la crisi di nervi davanti alla sfida interpretativa degli automi parlanti. Una sfida degna di Eco.