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Cervelli nella vasca del web -

10/07/09

Tecnologia semantica

La lingua consente qualsiasi accostamento tra sostantivi e aggettivi, anche i più bizzarri. Quando l'aggettivo si trova in conflitto col sostantivo, di parla di "contradictio in adiecto". Se la contradictio è voluta per scopi retorici, allora abbiamo l'ossimoro.  "Dotta ignoranza" (Agostino), "viva morte" (Petrarca), "oscura chiarezza" (Corneille),  "convergenze parallele" (Moro), sono alcuni tra i più famosi ossimori. "Tecnologia semantica" è anche un ossimoro, oggi molto in voga.

Una tecnologia è lo "studio teorico dei problemi generali della tecnica" (De Mauro). Letteralmente, quindi, "tecnologia semantica" vorrebbe dire "studio di problemi della tecnica del significare". La tecnica è a sua volta "applicazione pratica della scienza a fini di immediata utilità" (ibidem). Quindi possiamo dire che "tecnologia semantica è lo "studio di problemi dell'applicazione pratica della scienza del significare". Ora, linguisti come Leonard Bloomfield e filosofi come Benedetto Croce hanno affermato che se c'è una cosa di cui non si dà scienza, questa è proprio il significare. Certo, non è detto che si debba essere d'accordo con loro, ma si osservi che coloro i quali, nel Novecento, si sono messi seriamente a fare "teorie del significato" (es. Quine e Davidson), hanno preso strade diverse, e non le hanno neanche percorse fino in fondo.

"Tecnologia semantica" sarebbe dunque come dire "scienza del fortuito", una contraddizione, appunto. Che poi si tratti di un ossimoro suggestivo, questo è fuori dubbio. Ci sono industrie grandi, medie e piccole che, teorie del significato o meno, sviluppano ad esempio tecnologie che trattano la lingua naturale. Non si pensi però che parlare di "tecnologie semantiche" sia come parlare di "tecnologie delle basi di dati". Nel secondo caso sappiamo precisamente di cosa parliamo, nel primo un po' meno.



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20/06/09

Segni di genere

Un post sul blog 'Linguista' di Repubblica, e successivi commenti, propongono la questione del genere da accordare ai sostantivi che denotano certi ruoli politici e professionali. Mia zia è avvocato o avvocata? La Carfagna è un ministro o una ministra? O una ministro? La Moratti un sindaco o una sindaca? O addirittura una sindachessa? Sulla questione che sembra banalmente grammaticale si staglia l'ombra del sessismo: lo fece notare tra gli altri (o sarebbe meglio dire tra le altre?) Alice Ceresa nel suo 'Piccolo dizionario dell'ineguaglianza femminile'.

Sappiamo che le lingue romanze (a parte il rumeno) difettano di quella grande risorsa che è il neutro, e dunque chi inventa una parola in italiano, in francese o in spagnolo deve affrontare quello che sarebbe un non-problema in inglese: dare un sesso alle cose. Così si dice 'il sole' e 'la luna', 'il ponte' e 'la strada', senza un preciso motivo, ma per arbitrio e convenzione.

Per chi un sesso ce l'ha davvero, animali e persone, le lingue romanze offrono un sistema di regole che da una radice nominale consentono di derivare il maschile e il femminile. Non si tratta di regole semplicissime, ad esempio in italiano non sempre basta usare il suffisso in -a: i sostantivi deverbali in -tore fanno al femminile -trice: pittore \ pittrice, conduttore \ conduttrice, e (ma solo per analogia, perché non esiste il verbo 'senare') senatore \ senatrice. Tuttavia, insomma, le regole ci sono, conclude il linguista Aldo Gabrielli, basta applicarle.

Così semplice? No. Nella lingua, l'abitudine ha sempre buon gioco sulla grammatica: 'sindaca' proprio non ci viene. E d'altro canto nessuna femminista ha mai preso a calci sugli stinchi chi chiama la Callas 'un soprano', o (in barba alla crusca) 'una soprano'. E si badi che, anche in questo caso, all'origine del misfatto linguistico c'è una discriminazione di genere: mulieres taceat in ecclesia dunque, nella musica liturgica, la parte più acuta la cantavano i bambini o addirittura i castrati.

La lingua non è quell'algebra che molti ancora pensano che sia, è una cosa molto più terra-terra, funziona caso per caso, e se c'è una regola, insegnava Saussure, questa esiste solo in virtù dell'uso. Come ce la mettiamo dunque con tutto questo sessismo che, per lo più involontariamente, nell'inerzia della consuetudine, ci capita di usare nella lingua di tutti i giorni? E' vero che la lingua costruisce il senso comune, e dunque dovremmo tutti impegnarci verso il genere grammaticale per significare l'impegno verso il genere naturale. Ma se diventa un'ossessione, è facile sconfinare nel verbalismo, cioè in quel tipo di antico pensiero magico per il quale si crede che la parola eserciti poteri che in realtà non ha.







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04/06/09

L'ascesa dei dati al monte della conoscenza

Pietranera2 Siamo sommersi da un diluvio dati: se ne producono migliaia di petabyte all'anno, e la situazione peggiora (o migliora, dipende dai punti di vista) di giorno in giorno. Per gli automi che ci navigano, i dati sono una massa amorfa di zeri e uni, ma per noi umani questi zeri e uni diventano informazione, e tavolta perfino conoscenza. Trasformare il piombo dei dati in oro di conoscenza con gli automi stessi, traendone cospicui guadagni, è l'obiettivo di un'alchimia moderna che si coltiva nei laboratori delle maggiori Corporation (anche le più caute), nel lavoro quotidiano di un numero crescente di aziende specializzate, nell'ardimento di romantiche start-up. La pietra filosofale degli antichi alchimisti donava l'onniscienza; quella di oggi, strofinata sui dati, dovrebbe far salire zeri e uni al rango di sapere. Come può funzionare quest'ascesa epistemica?

Prendiamo ad esempio una base di dati. Questa è un insieme di relazioni logiche tra valori, come ad esempio IMPIEGATO('Bristow','Ufficio_Acquisti'), CAPO('Fudge','Ufficio_Acquisti'), dove i nomi delle relazioni, i tipi dei valori che possono associare, i vincoli che devono essere soddisfatti tra questi valori corrispondono a ciò che si chiama schema.  La base di dati però non sa nulla di cosa significhi il suo schema, non sa cosa significhi per il povero Bristow avere Fudge come capo. Saranno gli utenti e le applicazioni che accedono al database, semmai, a  preoccuparsene. In una base di conoscenza le cose stanno diversamente. Al posto dello schema, c'è un'ontologia: non un insieme di regole associative e combinatorie tra dati bruti, ma una teoria su quello che c'è nel Mondo, qualsiasi cosa il Mondo sia, anche eventualmente quello narrativo del tenero impiegato della Chester-Perry. Al posto delle n-uple di dati ci sono individui (es. Bristow), proprietà (essere impiegato) e associazioni (lavorare nell'ufficio acquisti). Cosa cambia? Tutto: la base di conoscenza è impegnata a mantenere una relazione semantica con la realtà, il dato non è una sequenza di bit più o meno vincolata ma ancora da interpretare, è il rappresentante nell'automa di un oggetto che c'è nel Mondo. Grazie alla sussistenza nel sistema di questa relazione, l'automa potrà ragionare, fare deduzioni, rispondere alle domande sul Mondo in modo non banale.

Come può avvenire questo miracolo? La cattiva notizia è che non c'è nessun miracolo. Ci dev'essere qualcuno che si prende la briga di fare una teoria, mettere in piedi un dominio di individui, assegnare  proprietà, associazioni e tutto il resto, dovendo utilizzare, in molti casi, le oscure basi di dati esistenti. Ma, si obietterà, anche le basi di dati vanno progettate e popolate. Certo, ma l'impegno che il progettista di basi di dati assume è, per quanto non banale, molto più lieve, perché saranno le applicazioni e gli utenti a percorrere lo spazio dell'interpretazione, a ragionare sui dati con un occhio alla realtà, ognuno eventualmente a modo suo. Eh, si obietterà ancora, ma una buona base di dati dovrebbe essere realizzata a partire da un modello concettuale che in genere sottointende un impegno ontologico e semantico. Sì, questo è quel che succede nei casi migliori, cioè quasi mai. In una base di conoscenza invece questa buona e rara pratica deve realizzarsi.

La pietra filosofale dell'ascesa epistemica è dunque il duro lavoro dell'ingegno umano. Bisogna rimboccarsi le maniche, possibilmente scegliendo obiettivi commisurati alle risorse disponibili, e valutando bene la sostenibilità del progetto.

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27/05/09

L'emozione romantica del tecno-positivista

Friederich_viandante Il Mondo è la totalità dei fatti, diceva Wittgensten. Nascite, morti, matrimoni, divorzi, battaglie, trattati di pace, ma anche l'altezza del monte più alto, la profondità del mare più profondo, e tante altre cose che nessuno vorrà o potrà mai sapere, per motivi pratici (ad es. il numero delle foglie degli alberi nella foresta amazonica) o semantici (ad es. l'altezza del monte più basso).

In un tempo finito e uno spazio finito, il numero dei fatti è finito. Ma questa finitezza è come quella della Biblioteca di Babele, che contiene l'integrale combinatorio dei caratteri alfabetici allineati in testi della dimensione di un libro, dove senz'altro ce n'è uno che racconta di come oggi io stia scrivendo questo post, e del perché io lo stia facendo (vorrei saperlo anch'io). Una finitezza inservibile, purtroppo: i lettori potranno vagare nella Biblioteca per una vita intera senza trovare nulla di interessante da leggere.

L'integrale dei fatti del Mondo ci è precluso, e con questo ci è preclusa la possibilità di far scienza coi soli fatti, come volevano i positivisti. Ci vogliono ipotesi, costruzioni teoriche, ammonì Popper, e queste costruzioni reggono non per via dell'adeguatezza ai fatti (a quanti fatti?), ma per i criteri di verificabilità con cui le valutiamo, cioè per via di ipotesi di livello più alto.

Ma oggi le reti informatiche ci danno uno strumento che l'Umanità non ha mai avuto. Non solo tutto ciò che dei fatti emerge attraverso il linguaggio (in senso lato) giace in un'immensa base di informazione globale, ma un numero sempre crescente di strumenti informatici riversano ogni giorno, in questa base, petabyte di "piccoli fatti veri". Chris Anderson dice che questa base di informazione è destinata a cambiare la scienza: se tutti i fatti sono lì a portata di mano, la teoria non serve più, né servono metafisica e ontologia. Dopo il positivismo naturalistico ottocentesco, quello logico novecentesco, il nuovo secolo inizia dunque sotto gli auspici del positivismo tecnologico?

In ogni caso, il positivismo tecnologico, come i suoi predecessori, non è destinato a reggere. Ma è interessante notare come ogni edizione di questo tipo di pensiero generi emozione ed entusiasmo. Nicola Abbagnano chiamava il positivismo "romanticismo della scienza": come l'idealismo, il positivismo è aspirazione all'assoluto, un assoluto così assoluto da non aver neanche bisogno di uno straccio di metafisica. Oggi il romantico tecno-positivista è in estasi per Wolfram Alpha, il "computational knowledge engine" che promette di rendere "all systematic knowledge immediately computable by anyone". Lo Sturm und Drang tecnologico freme per le imprese del Genio di Mathematica, ma ancora una volta, con ogni probabilità, va incontro al disincanto.

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25/05/09

Narratologia berlusconiana

Libro-fiabe-thumb-300x300 Che ormai viviamo in una narrazione è cosa certa. Siamo in recessione stabile, non abbiamo idea di come uscirne, e a che cosa si dedica? Al feuiletton berlusconiano. E' per questo che io personalmente non sono un entusiasta della narrazione, non, almeno, quando entra una dimensione totalizzante e si perde la percezione della differenza tra racconto e realtà.

La vicenda di Naomi darà lavoro all'industria della sceneggiata napoletana per le prossime generazioni. Peccato non ci sia più Merola, ma ci aspettiamo grandi cose dalle fitte schiere dei suoi epigoni. Gli elementi della fiaba popolare ci sono tutti: due ragazzi poveri e innamorati, il potente che arriva dall'etere (è il caso di dirlo) a sconvolgerne il destino.

La fiaba, insegnò Propp, ha una precisa struttura, fatta di funzioni narrative agite da personaggi stereotipati. Ora, ci sono molte strutture proppiane in cui la fiaba di Naomi e Berlusconi potrà essere ricondotta, e questo sarà terreno di grande scontro politico. Il giovane eroe perde l'amata a seguito dell'incantesimo di un potentissimo antagonista. Si tratterà di un Mago benevolo o di un Orco malvagio? Votate!

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18/05/09

La tecnologia alla conquista del dialogo interiore

1036savinio_lodeve I linguisti la chiamano 'endofasìa': è l'uso di parlare con sé stessi, che ciascuno, nel proprio intimo, conosce bene. Non si tratta di solo dei dialoghi interiori che ci accompagnano nei momenti di solitudine, ma anche delle frasi delle comuni conversazioni, che formuliamo nella mente prima di parlare, e che talvolta, opportunamente, tratteniamo nel labbro.

Tra ideare un frase e in effetti proferirla trascorre un attimo cruciale, in cui la volontà è ancora in tempo per far sì che il pensiero non venga allo scoperto. Non essendo trasmessa nell'aria, la frase non nascerà nella conversazione e non entrerà irreversibilmente nella Storia. Voce dal sen fuggita poi richiamar non vale cantava Metastasio: quante volte ci siamo morsi le labbra per qualcosa di troppo che ci siamo lasciati sfuggire!

La tecnologia, dopo aver demolito la privacy, oggi insidia anche il dialogo interiore, questo nostro ultimo baluardo di intimità. Si legge infatti che "Il Pentagono ha destinato al progetto 4 milioni di dollari, che vanno a sommarsi agli ulteriori 4 milioni che l'esercito americano aveva stanziato un anno fa per indagare, insieme alla University of California, la possibilità della cosiddetta computer-mediated telepathy [...] La tecnologia immaginata dalla Darpa dovrebbe intercettare i segnali emessi dal cervello nel momento in cui le parole vengono pensate e trasmetterle correttamente al destinatario senza passare dalla bocca."

Lo scopo dei militari è quello di facilitare la trasmissione di informazioni tra i soldati, ma io scommetto che c'è già chi pensa ad usi "civili" di questa tecnologia. Ora, non credo che l'obiettivo sia a portata di mano, anche se oggi già si riesce a pilotare con la mente semplici meccanismi. Però è un fatto che le parole si formino nel cervello e che questo, formandole, emetta alcune tracce. Dunque, in linea di principio, la macchina leggi-pensiero è fattibile, e d'altra parte se il Pentagono ci mette dei soldi...

Ora immaginiamo che la macchina ci sia. E immaginiamo che riveli il nostro dialogo interiore, che dica le nostre frasi prima che ci escano dal labbro. Che ne sarà di quell'attimo in cui la volontà è ancora in tempo per decidere se scoccare lo strale linguistico o riporre il pensiero nell'oblìo? Potrà la macchina entrare anche in quello spazio che si trova tra l'essere manifestato nel linguaggio e l'intima possibilità di non essere? Perché è proprio lì che si trova l'Io.

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16/05/09

Wolfram Alpha: l'ignoranza computabile

Wolfram_alpha

Ecco finalmente Wolfram Alpha, la "base di conoscenza computabile globale" di cui si è tanto parlato. La metto subito alla prova con uno dei segreti meglio custoditi  in cui mi sono imbattuto di recente: conoscere il codice SWIFT della mia banca (si tratta di un codice identificativo internazionale). Wolfram però crede che io voglia sapere dei rondoni (swift) che sono ricomparsi, come ogni primavera, nei cieli tiepidi di Roma, e peraltro mostra di non saperne un bel nulla.

Vabbè, è esattamente quello che ci si poteva attendere.

Quello che non va in Wolfram Alpha non è il metodo, né il merito tecnologico. Lo staff della "base di conoscenza" identifica sorgenti di dati che riguardano argomenti popolari, cerca di ricavarne informazioni sensate, cerca di integrarle, emendarle, insomma fa del suo meglio nelle condizioni date. Se avete suggermenti per nuove sorgenti di informazione, o se volete voi stessi informare di qualcosa, potete scrivere alla redazione, qualcuno forse, nella finitezza del tempo umano, si prenderà cura di voi.

No, va bene, è tutto chiaro, si tratta della 'forza bruta' di un gruppo di coraggiosi che sfidano l'immensità del sapere, brandendo fragili algoritmi. C'è una disarmante sproporzione tra questa forza e la conoscenza storica del genere umano, presto se ne accorgeranno.

Meglio sarebbe stato che Wolfram fosse partito dal socratico "so di non sapere", piuttosto che venderci il sogno leibniziano del "calcolo raziocinante". Di fronte alla conoscenza ci vuole umiltà.


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13/05/09

Tecnontologia delle situazioni critiche

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Sono alla conferenza ISCRAM 2009, che riunisce la comunità tecnico-scientifica che lavora sui sistemi informativi per la gestione delle emergenze. Anche qui si parla molto di ontologie, sembra quasi che non ci sia presentazione che non parta mostrando nella prima slide una colorata espressione grafica di quadrati e freccette recante questa filosofica denominazione. Ma è giusto: da dove si parte quando si progetta un sistema informativo? Dai concetti di cui si intende trattare, in questo caso: catastrofi, vittime, soccorsi, ed altre cose poco amene.

Il lavoro che ho presentato per conto di un consorzio di ricerca europeo propone un approccio relativistico in cui ciascuno può scrivere il proprio manuale di 'traduzione radicale' dell'ontologia altrui e cercar di intendere quello che dice nei termini della propria concettualizzazione. Ma devo confessare che la mia fede quineana  vacilla di fronte alla diversità concettuale nei quadratini e nelle freccette che vedo qui.

Sia ben chiaro: non prevedo e neanche auspico una caratterizzazione universale di tutto quel che c'è, ma osservo che districare le mappe concettuali che ciascuno produce seguendo le proprie intuizioni è uno sforzo sovrumano, e che se si tratta di far funzionare meglio i sistemi informativi per aiutare le popolazioni in crisi bisognerebbe fare un po' di Ontologia con la O maiuscola. Partendo dallo Spazio e dal Tempo.

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06/05/09

Doug Lenat su Wolfram Alpha

L'annuncio del nuovo motore di ricerca "intelligente" che sta per uscire dal laboratorio di Stephen Wolfram è la hype del momento. Ne parla perfino il De Biase su questo blog. "Motore computazionale della conoscenza" si dice. Sono parole grosse. Per chi voglia vederci chiaro, prima di toccar con mano, consiglio, oltre al post di Luca, la recensione di Doug Lenat, pioniere, già negli anni '80, di questo genere di imprese. Al di là del dovuto apprezzamento, Lenat ci riporta con i piedi per terra.

In estrema sintesi, a quanto pare, Wolfram non ha inventato il calculus ratiocinator di cui vagheggiava Leibniz, ma più modestamente è in grado di raccogliere in giro per il web, con le lacrime il sudore e il sangue dei suoi ricercatori, un bel po' di dati strutturati, che è poi in grado di elaborare per rispondere ad interrogazioni espresse con un linguaggio intuitivo, semi-naturale, una specie di semplice algebra. Per esempio: la query "gdp Francia \ Italia" complilerà una tabella comparativa dei prodotti interni lordi di Francia e Italia. Bisognerà poi vedere se "partite Francia \ Italia" mostrerà i risultati delle partite di calcio o di rugby. Molto dipenderà dalle preferenze dei suoi ricercatori.

Nessun metodo generalizzato per l'accesso intelligente alla conoscenza globale, ci dice Lenat, gli scettici possono star tranquilli, i futurologi rimettersi in attesa della prossima hype. "L'intelligenza sono dieci milioni di regole" è il celebre motto di Lenat. Regole scritte dall'uomo, e sempre in via di riscrittura.


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29/04/09

Apertura decidente (e indecente)

Disegno_heidegger Tocca a Veronica Lario, ancora una volta, dire una semplice verità su certe candidature di veline e soubrette alle europee: "Qualcuno ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell'imperatore. Condivido: quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere". Mi permetto però di dissentire dalla signora: non credo che l'imperatore suo marito abbia bisogno di questo "ciarpame" per divertirsi, il problema è semmai che egli sa bene che l'italiano, quando si reca al voto, non utilizza la corteccia celebrale, ma qualche parte più recondita del cervello dove risiedono spiriti animali talvolta un po' immondi.

E comunque, la cosa giusta per una donna non è quella di chiedere all'imperatore di contenersi e moderarsi, rimettersi alla sua benevolenza e, nel farlo, confermare il suo imperio. La cosa giusta è lavorare per produrre un rifiuto profondo per questo tipo di animalità, che deve venire anche e in primo luogo dalla parte femminile della società. Perché la donna si dispone sotto l'imperio di chi la vuole ridurre ad un oggetto di divertimento? Che cos'è questa 'apertura-decidente' (e indecente) heideggeriana con la quale la donna liberamente si colloca in una storia che la riduce al nulla?


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