Marx disse un giorno che i filosofi fino a quel momento avevano soltanto interpretato il mondo, mentre ora si trattava di cambiarlo – beninteso: in meglio. Ma forse non considerava che cambiare il mondo, per un filosofo che col fucile se la cava male, consiste fondamentalmente nel fare discorsi. Il discorso è una struttura che ha certe sue leggi, ha i suoi ruoli, i suoi effetti anche indipendenti dalle intenzioni di chi li fa. Ma soprattutto, nel discorso, la mistificazione è sempre in agguato.
Lacan arriva su questo “punto cieco” di Marx un secolo più tardi, con gli strumenti in voga al suo tempo: quelli della semiologia. Questa ruota attorno alla nozione segno, cioè il luogo dove si incontrano una cosa manifesta (il significante) e una cosa recondita (il significato). Anche il discorso, diceva Lacan, ha due piani separati da quella che lui chiama una barra. Sopra c’è quello che appare, ciòche si dice, chi sembra parlare e da dove. Sotto si trova quello che fonda il discorso senza mostrarsi: l’interesse, il comando, la posizione di potere che quel discorso serve.

Il discorso del potere moderno, dice Lacan, a differenza di quello antico che si mostrava nudo, nasconde il comando (cioè l’intenzione) sotto la barra e mostra al suo posto il sapere: è così perché lo dicono i dati, la competenza, la scienza. Il comando, così dissimulato, è più efficace proprio perché non facilmente riconoscibile come tale.
Un filosofo critico tutto questo lo sa, perché conosce bene il meccanismo. Egli è sicuramente avvertito del fatto che il sapere non è neutro, che la competenza porta spesso un interesse, che la missione è talvolta quell’interesse spacciato per vocazione. La conoscenza della barra, cioè del “rapporto complicato” che il manifesto intrattiene col recondito, dovrebbe produrre inquietudine, critica, interrogazione permanente sul luogo da dove si parla, e per chi, per quale ultimo scopo. Una canaille invece, dice Lacan, è uno che vede benissimo la barra ma invece di rivelarla la usa a suo vantaggio.
Immaginate un filosofo che ha conseguito un dottorato in teoria critica, che sa a memoria Adorno e Habermas, che conosce la dialettica dell’illuminismo, quella per cui la ragione strumentale, nel momento stesso in cui promette emancipazione, produce nuove forme di dominio. Immaginate che questo filosofo, forte del suo sapere, concluda: chi capisce il potere deve gestirlo. La conoscenza critica del dominio diviene per lui la migliore legittimazione per esercitarlo a suo vantaggio. Così, si mette a costruire strumenti di controllo, di sorveglianza, di classificazione degli esseri umani. Non si tratta di banale tradimento della filosofia, ma della sua cinica applicazione al proprio tornaconto. Costui, per Lacan, sarebbe appunto un filosofo canaglia.
Non è una questione di ipocrisia. L’ipocrita dice una cosa e ne fa un’altra, ma le due cose sono separate: c’è una contraddizione che lui stesso, in cuor suo, riconosce come tale. La struttura è: “so che sbaglio, faccio finta di non saperlo”. La canaille ha una struttura diversa: “so come funziona il trucco del potere, e uso il mio sapere per trarne beneficio: questo sapere è la mia stessa giustificazione”. Non c’è contraddizione da nascondere, c’è una buona dose di cinismo (Sloterdijk ne parlò nella sua famosa critica): capire il potere abilita ad esercitarlo per il proprio tornaconto, materiale o immateriale che sia.
La canaglia in questione – si sarà capito – è Alex Karp, co-fondatore di Palantir. La sua canagliaggine è conclamata nel grottesco paradosso con cui si presenta. Ma c’è anche una canagliaggine più sottile che pervade il dibattito pubblico, specialmente quello che riguarda il rebus filosofico dell’intelligenza artificiale. Qui il meccanismo è più sottile. Non ci sono commesse miliardarie, non ci sono strumenti di potere orwelliano, non c’è marketing pacchiano spacciato da manifesto visionario. C’è qualcosa di elusivo ma a suo modo assillante: la vanità.
Il filosofo vanitoso brandisce, anche con perizia, un apparato tecnico: una terminologia, una formalizzazione, un campo disciplinare che, benché spesso infarcito di parolette neologistiche, suona rigoroso. Usa questo apparato nei contesti giusti: convegni, commissioni, tavoli istituzionali, talk di fronte a platee di manager e funzionari che vogliono sentirsi dire, per esempio, che l’etica è compatibile con il loro business, che la filosofia ha qualcosa di concreto e positivo da dire al digitale, che non ha solo domande, ma vere e proprie soluzioni.
La filosofia servirà pure a cambiare il mondo, come diceva Marx. Ma siccome opera col discorso, non può che farlo in modo negativo, svelando, smascherando, indicando il limite e lo scacco, con il rifiuto ostinato di farsi strumento. Chi propone soluzioni invece ha già scelto da che parte stare, e spesso ha già nascosto sotto la barra il proprio effettivo interesse.
Le soluzioni hanno il formato del potere: committenti, budget, mercati, plaudenti platee. La filosofia non ha committenti, o non dovrebbe averli, è gratuita e non va in cerca di applausi. Il suo compito è mostrare il meccanismo, nominare la barra, sostare nella domanda, rendere visibile ciò che il discorso dominante tace. Chi vuole costruire qualcosa, ottimizzare qualcosa, risolvere qualcosa col digitale – per l’Amazonia o per la pecunia (come diceva quella canzone) – sia benvenuto nell’informatica.