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Per una metafisica dei diritti internettiani

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Se è vero che siamo entrati nell’Era dell’Informazione, è ovvio che ci si interroghi sul modo in cui i diritti universali delle persone, così come sono stati elaborati nella storia della della nostra civiltà, continuino e si sviluppino nella sfera delle comunicazioni mediate dalla tecnologia informatica, o infosfera come qualcuno la chiama.  La discussione è in corso da anni in tutto il mondo sviluppato e democratico, presso diverse sedi. In Italia se ne fanno carico, grazie alla Presidente Boldrini e al Professor Rodotà, le stesse Istituzioni. Circola e viene discussa in questi giorni una Dichiarazione dei diritti di Internet, elaborata negli ultimi mesi da un gruppo di studiosi ed esperti.
I diritti universali nel mondo sociale
L’idea che le persone abbiano diritti universali si fonda, almeno dai tempi della Magna Charta, sul comune riconoscimento di alcune proprietà inerenti all’essere umano, le quali costituirebbero valori inalienabili. La specificazione di questi valori è un processo storico ricco di vicende, ma parliamo in ogni caso di proprietà di persone incarnate in un mondo fisico. Quando si vuol dire che nessuno può essere detenuto senza motivo, si ricorre alla formula:  habeas corpus!  Ci riferiamo cioè a qualcosa che è collocato nelle dimensioni spazio-temporali, in un mondo newtoniano dove c’è un prima e un dopo, un qui e un lì, una causa e un effetto che si possono non raramente toccar con mano.
Con Internet abbiamo invece a che fare con un mondo basato fondamentalmente su atti linguistici, un “mondo sociale” per dirla con Searle, o “terzo” per dirla con Popper, dove le verità si creano, si manipolano e si cancellano perfino più facilmente di come aveva immaginato Orwell. Sarebbe dunque una bella meditazione metafisica ragionare su come estendere i diritti universali di cui godiamo (se ne godiamo) nello spazio-tempo, in quel nel fantasmagorico universo immateriale che è Internet. Se pure ne fossi capace, non potrei certo trattare questione per intero. Tuttavia, limitatamente ad alcuni aspetti forse marginali, spero di poter dare qui qualche piccolo spunto per questa affascinante discussione.

Identità e autodeterminazione
Mi sembra interessante, ad esempio, la questione dell’identità. Mentre si afferma che “ogni persona ha diritto alla rappresentazione integrale della propria identità in rete” (sic), si rivendica il diritto all’anonimato, cioè esattamente il diritto di spogliarsi del diritto precedente. La possibilità di indossare la (una?) propria identità, e cioè la collocazione di questo fondamentale principio logico-formale nella volontà del soggetto a cui si applica, è (forse) concepibile nell’infosfera, ma nell’universo spazio-temporale suonerebbe come un cascame pirandelliano, se non come una nota patologia psichiatrica. In questo si vede bene la differenza tra il mondo fisico e quello internettiano, costrutto delle volontà e delle rappresentazioni. Sulla corrispondenza dell’identità personale attraverso questi così diversi mondi andrebbe fatta una seria riflessione.
Più in generale, c’è il tema dell’autodeterminazione informativa, incluso il diritto all’oblio, sul quale sono in corso cospicue riflessioni di chi detiene di fatto le memorie collettive. Anche qui, la questione fondamentale appare essere quella del rapporto tra il soggetto e i suoi predicati. Nel mondo fisico abbiamo sviluppato un senso abbastanza robusto della predicazione, basato su quel naturale decadimento per cui conservare tutta l’informazione porterebbe prima o poi – come per il “memorioso” Funes di Borges – alla morte. Possiamo dire e ridire – nei limiti delle normative sulla diffamazione – tutto quello che ci pare su chiunque, inclusi noi stessi. Le informazioni superflue scivoleranno naturalmente nel dimenticatoio, quelle notevoli (autentiche o fasulle che siano) verranno ritenute almeno per un po’.  In ogni caso, nella logica a cui siamo avvezzi dai tempi di Aristotele, è escluso che gli oggetti delle predicazioni possano rivendicare qualche diritto speciale sulle proposizioni che li riguardano. Una logica che lo prevedesse (la chiamerei ipersoggettiva), fondamento possibile di una autodeterminazione informativa, sarebbe da studiare con cura. Tuttavia, a giudicare dalla sperimentazione che già ne hanno ampiamente fatto dittatori di vario ordine e grado, appare a prima vista irta di non lievi difficoltà.

Verità come diritto
Relativamente più semplice (nonostante l’altisonanza) potrebbe essere la rivendicazione della verità come diritto informativo universale. Potremmo definirla così: per tutte le proposizioni empiriche per le quali si diano condizioni di verificabilità (falsificabilità) e mezzi ragionevoli per applicarle, tutti hanno il diritto di accedere ai dati relativi alla loro verdicità. Si tratta più o meno di quello a cui mirano iniziative come la Wikipedia o i media civici che promuovono il fact-checking. Se la promozione di queste pratiche al rango di garanzie universali potesse servire a sostenerle concretamente, allora forse avrebbe senso mettere il diritto alla verità in qualche Costituzione. Tuttavia, se la verità come diritto possa favorire un comportamento razionale globale è ancora tutto da dimostrare.

E’ notevole che i ricercatori di Google stiano lavorando su algoritmi per distinguere le “bufale” (o anche solo le inesattezze) dalle verità, ed ottenere di conseguenza un criterio di ordinamento dei risultati della ricerca in base alla credibilità delle fonti.  Non sappiamo se questi algoritmi potranno mai arrivare ad un grado di accuratezza tale da evitare il pericolo che siano essi stessi a intorbidare le acque. Sta di fatto che Internet, come qualsiasi ordigno linguistico, ha un grosso problema di credibilità. A ben vedere, questo problema, formalmente, è il padre di tutti gli altri. Varrebbe dunque la pena riservargli un posto speciale.

Diritti universali e monopoli particolari
Nella formulazione attuale della Dichiarazione dei Diritti di Internet traspare in filigrana un grosso problema, che tuttavia è taciuto. Mi riferisco all’enorme potere di quelle poche aziende private che sono riuscite negli ultimi anni a concentrare nei loro recinti, assieme a centinaia di milioni di utenti e immensi volumi di dati, anche la capacità di manipolare l’informazione su scala planetaria. Il Parlamento europeo ha toccato la questione nella risoluzione del 27 Novembre 2014, in cui si dichiarava che “l’indicizzazione, la valutazione, la presentazione e la classificazione effettuate dai motori di ricerca devono essere imparziali e trasparenti” e si invitava a “prendere in considerazione proposte volte a separare i motori di ricerca da altri servizi commerciali“.

Quanto ha a che fare l’urgenza di definire diritti universali con la circostanza particolare della concentrazione del potere informativo? Non poco, a mio avviso. Di fatto, molti dei temi affrontati nel documento qui in discussione sono già all’ordine del giorno nei Consigli di Amministrazione di poche aziende. Google e il diritto all’oblio, tanto per fare un esempio. E tra una Dichiarazione di Diritti e una delibera del CdA di un’azienda la cui capitalizzazione equivale al PIL di interi continenti, c’è il sospetto che la seconda possa contare più della prima.

Superare i monopoli informativi, questa dovrebbe dunque essere la priorità. Con espropri e nazionalizzazioni? Assai improbabile. Con proclami e declaratorie? Forse, ma non basta. Piuttosto, rafforzando la ricerca su una Information Technology basata su standard, dati aperti e interoperabilità. Pensiamo ad un mondo con tante (piccole, medie o grandi) reti sociali interconnesse. Pensiamo a servizi di ricerca basati su software open source che lavora su dati aperti. Bene: questo mondo, tecnicamente, è possibile. In questo mondo, concretamente, sarebbe più facile far valere i propri diritti di cittadinanza internettiana.

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Mio intervento al convegno del Centro per la Riforma dello Stato Non c’è più la Rete di una volta Roma il 10 Marzo ore 16 presso la Fondazione Basso, in via della Dogana Vecchia 5