L’ontologia della pietra veggente



Nella Terra di Mezzo, i palantíri erano pietre veggenti di fattura antica e nobile, e mostravano soltanto cose vere. Ma chi ne controllava una poteva scegliere quali verità mostrare, e in quale ordine. Denethor, Sovrintendente di Gondor, non fu ingannato da alcuna menzogna; fu condotto alla disperazione dal cherry-picking di fatti autentici. Quando un’azienda che si chiama Palantir mette al centro della propria strategia qualcosa che chiama “ontology”, cioè “resoconto di quel che c’è”, è bene farsi qualche domanda.

La partnership che porta dentro la Artificial Intelligence Platform di Palantir i modelli aperti Nemotron di NVIDIA, le librerie di calcolo accelerato e, in prospettiva, l’architettura Blackwell, contiene al centro appunto l’Ontology: uno schema dell’organizzazione del cliente fatta di oggetti, relazioni e azioni che rappresentano concetti del mondo reale, sulla quale i modelli neurali vengono chiamati a operare.

Nell’idea c’è del buono. In epoca di modelli linguistici generativi, potentissimi ma imperscrutabili, l’industria riscopre una verità che l’intelligenza artificiale simbolica custodisce da sempre: per agire sensatamente sul mondo bisogna disporre di una sua rappresentazione concettuale. In questa architettura i modelli linguistici non vagano liberamente nello spazio delle frasi plausibili, ma si ancorano a entità tipizzate, e possono intervenire sulla realtà solo attraverso azioni definite, vincolate, registrate. Non è ancora spiegabilità nel senso forte del termine, quello che richiederebbe inferenze ripercorribili passo per passo, ma è tracciabilità e governo: ogni operazione ha un tipo, un perimetro, un responsabile. Rispetto all’oracolo neurale che risponde a tutto senza rendere conto di nulla, è un progresso di civiltà.

Ma l’Ontology di Palantir di ontologia nel senso usuale in informatica ha ben poco: non si tratta di una di specificazione di una concettualizzazione (Gruber), né di una formalizzazione di accordi di significato (Guarino). La disciplina che da decenni studia le rappresentazioni concettuali ha prodotto standard aperti come RDF e OWL, dotati di una semantica formale pubblica: chiunque, umano o macchina, può stabilire che cosa segue logicamente da un modello, e verificarlo con strumenti indipendenti. Nulla di tutto questo nella Foundry di Palantir, dove gli Object Types, i Link Types e gli Action Types costituiscono una rappresentazione proprietaria, priva di semantica formale specificata e non esportabile verso alcuna piattaforma terza. La documentazione ufficiale suggerisce vagamente che i tipi di dato sono “ispirati” a RDF, OWL e XSD. Quanto al ragionamento, non c’è deduzione, sussunzione, classificazione automatica: la logica dell’Ontology è procedurale, incorporata in funzioni e azioni che vivono soltanto dentro la piattaforma.

Le conseguenze sono facili da intuire, e qualche analista le ha già analizzate parlando apertamente di lock-in by design. Una volta che il modello concettuale di un’organizzazione, con la sua logica di business e i suoi flussi operativi, è stato codificato in questi costrutti, migrare altrove diventa assai problematico. Il vincolo di dipendenza, che una volta riguardava il software, si trasferisce così al livello più alto e più delicato: la rappresentazione aperta dell’universo di discorso entro il quale l’applicazione incontra l’utenza. L’ontologia allora non è più un patto semantico sempre negoziabile: diventa una prigione.

Nell’alleanza Palantir – NVIDIA l’apertura sta dal lato sbagliato. I modelli neurali di NVIDIA sono “aperti” ma incastonati in una architettura che non li rende intercambiabili. Lo strato concettuale, dove si sedimenta la conoscenza dell’organizzazione e dove si esercita il potere di definire che cosa esiste e che cosa si può fare, è invece sigillato. È l’esatto rovescio di ciò che servirebbe: un modello, anche proprietario, si dovrebbe sempre poter sostituire; l’ontologia dei processi cosiddetti di business dovrebbe sempre prestarsi alla revisione minimizzando l’impatto sulle applicazioni.

Palantir parla spesso di sovranità, corteggiando i governi europei, ma non sarà certo la loro Foundry a garantirla. Un’ontologia è, o dovrebbe essere, uno strumento critico: una teoria esplicita e discutibile di ciò che esiste in un certo dominio, esposta al vaglio, alla contestazione, alla revisione di chi quel dominio lo abita. Chiusa nel middleware di un fornitore, diventa l’opposto: un dogma operativo, una metafisica aziendale da accettare supinamente. Per un’impresa è un rischio industriale; per un’amministrazione pubblica è qualcosa di più serio, perché la rappresentazione concettuale dei processi pubblici, di cosa sia un cittadino, una pratica, un diritto esigibile, è materia costituzionale prima che informatica, e dovrebbe restare un bene comune: espressa in standard aperti, ispezionabile, trasferibile, negoziabile dalle comunità che ne sono al tempo stesso oggetto e destinatarie. La nostra Pubblica Amministrazione su questo ha sempre parlato chiaro (Linee guida AgID sull’interoperabilità, rete di ontologie OntoPiA), anche se spesso non è riuscita a fare quello che si proponeva.

L’architettura Palantir non è da buttare: è semmai da riscattare. L’idea di far lavorare i modelli neurali sopra rappresentazioni concettuali esplicite e azioni governate è la direzione giusta, e l’Europa, che di modellazione concettuale ha una tradizione invidiabile, avrebbe tutte le carte per realizzarla con logiche standard, formati esportabili, semantiche pubbliche, coinvolgendo aziende, amministrazioni e comunità nella scrittura dei propri modelli del mondo. I palantíri, del resto, non erano oggetti malvagi: erano strumenti di conoscenza, finché ciascuno poteva guardarci dentro liberamente. Il problema cominciò quando una delle pietre finì nelle mani di qualcuno che decideva per tutti gli altri che cosa si dovesse vedere.