Victor Klemperer (cugino di Otto, direttore d’orchestra), filologo romanista a Dresda, ebreo, sopravvisse al Reich grazie alla moglie “ariana”. Passò quegli anni recluso in una Judenhaus ad annotare parole. Ne uscì un libro, LTI. La lingua del Terzo Reich (trad. it. 1998), che è forse la più lucida testimonianza su come abbia funzionato la propaganda nazista. Il nazismo, scrive, non entrava nella testa della gente per via di dottrine, ma attraverso singoli vocaboli, singole locuzioni, ripetuti milioni di volte fino a diventare meccanici e inconsci. Le paragonava a piccole dosi di arsenico: si ingoiano senza accorgersene, sembrano innocue, e dopo un po’ l’effetto tossico viene fuori. Quando si assiste al rigurgito di nazifascismo che attraversa l’Europa, torna in mente quel libro.
La spiegazione dell’eterno ritorno del nazifascismo che va per la maggiore è di tipo materiale: c’è la migrazione, c’è l’impoverimento delle classi medie, c’è l’analfabetismo funzionale; togliete queste cause e la gente tornerà socialdemocratica. Non è una spiegazione da liquidare, beninteso. Uno studio ormai classico (Funke, Schularick e Trebesch, Going to Extremes, 2016) mostra che dopo ogni crisi finanziaria degli ultimi centoquarant’anni il voto all’estrema destra cresce in media di un terzo. Altri hanno misurato l’effetto degli shock commerciali o della disoccupazione sulla fiducia nelle istituzioni. È una visione realistica, nel senso filosofico del termine: il contenuto simbolico scaturisce dalle condizioni materiali, che sono la sostanza di cui i discorsi esprimono la forma.
È una visione legittima, ma parziale. La linguistica strutturalista distingueva un piano dell’espressione e un piano del contenuto, e insisteva sul fatto che i due piani si presuppongono a vicenda: non c’è un’espressione che sia semplice veste di un contenuto già dato, né un contenuto che preesista alla sua espressione. Deleuze e Guattari, sono tra i tanti che in vario modo hanno insistito sul fatto che gli enunciati non descrivono gli stati di cose meno di quanto li istituiscano. Un capitolo del loro Mille piani (1980) si intitola Del ritornello.
C’è dunque una dimensione del fenomeno che giace tutta sul piano dell’espressione, dove gli enunciati generano contenuto simbolico nella misura in cui sono, appunto, enunciati. Cioè detti, ripetuti, fatti circolare. Una ripetizione che diventa generativa per via dell’umano (humiano, se ci piace il pun) istinto di imitazione. Gabriel Tarde, alla fine dell’Ottocento, fece dell’imitazione la legge fondamentale della società, ben prima che gli epidemiologi delle idee riscoprissero la nozione di contagio. Gustave Le Bon aveva inquadrato la faccenda sotto tre voci: affermazione, ripetizione, contagio. La Psicologia delle folle (1895) fu letta da chiunque avesse a che fare con le masse, Freud compreso. Ma i lettori più attenti furono altri. Mussolini raccontava di aver letto tutto Le Bon e di non sapere più quante volte avesse riletto quel libro, “un’opera capitale alla quale spesso ritorno”. Il capitolo sulla propaganda del Mein Kampf hitleriano ricalca Le Bon quasi riga per riga. Quanto a Goebbels, la celebre frase sulla menzogna ripetuta che diventa verità probabilmente non l’ha mai pronunciata, ma di sicuro la praticava con la radio, che allora era la macchina della ripetizione per eccellenza. Adorno, nel 1967, in una conferenza sul nuovo radicalismo di destra che sembra scritta ieri, disse che nel fascismo la propaganda non è un accessorio della politica ma la sua sostanza. Era una questione espressivo-quantitativa allora ed è una questione espressivo-quantitativa oggi.
Le scienze cognitive hanno confermato tutto questo con alcuni celebri esperimenti. L’illusory truth effect è noto dal 1977: un’affermazione già sentita viene giudicata più vera di una nuova, a parità di contenuto. Il dato più disturbante è del 2015 (Fazio et al: Knowledge does not protect against illusory truth): l’istituzione della credenza per rinforzo (ricorda qualcosa?) funziona anche quando la gente sa che l’affermazione è falsa. Conoscere i fatti non protegge, con buona pace del cosiddetto grounding. Sul versante sociale, gli esperimenti di Asch sul conformismo (Opinions and Social Pressure, 1955) hanno trovato un correlato neurale: quando la nostra opinione si discosta da quella del gruppo, il cervello emette un segnale di errore dello stesso tipo che guida l’apprendimento per rinforzo, e corregge il tiro. Allinearsi alla maggioranza percepita è gratificante in senso letteralmente dopaminico: è una droga. Aggiungete le cascate informative e la spirale del silenzio di Noelle-Neumann (The Spiral of Silence: A Theory of Public Opinion, 1974), per cui chi si sente in minoranza tace e così rende la maggioranza ancora più maggioranza, e avete un sistema autoregressivo: il prossimo stato dipende dallo stato attuale. In peggio, nel nostro caso. Se la narrazione dominante è nazifascista, alla fine il nazifascismo accade.
Non ci si illuda, dunque, di fermare questi fenomeni a forza di programmi politici, corsi di educazione civica e simposi scientifici. Non che siano inutili, ma agiscono sul piano sbagliato: quello del contenuto, dove la battaglia è già persa in partenza perché, come mostra Fazio, il contenuto giusto perde contro l’espressione ripetuta. Il piano dove intervenire è quello espressivo, e i metodi devono essere quantitativi, perché la ripetizione si calcola a volume.
Se è vero che la comunicazione contemporanea è quella dei social, dei profili finti e degli sciami di bot, è lì che bisogna guardare. Nel 2018 uno studio su Science (Vosoughi, Roy e Aral, The spread of true and false news online) mostrò che su Twitter il falso viaggia più lontano, più veloce e più in profondità del vero, per opera degli umani. Da allora si sono aggiunti i modelli linguistici dell’AI, che sono macchine di ripetizione. Un rapporto di Stanford e Georgetown del 2023 sull’uso dei modelli generativi nelle operazioni di influenza lo diceva senza giri di parole: il collo di bottiglia della propaganda non è più produrre testo, è distribuirlo. Il Digital Services Act europeo ha introdotto la nozione di rischio sistemico per le grandi piattaforme. Ebbene: c’è una letteratura crescente sull’inoculazione psicologica, che immunizza contro le tecniche di manipolazione invece di correggerne i contenuti (Roozenbeek e van der Linden, Psychological inoculation improves resilience against misinformation on social media, 2022). Sono strumenti espressivi e quantitativi, noti anche sotto il nome di prebunking. Ma si tratta, per ora, poco più che esperimenti. Quanto dovremo attendere per un contrasto effettivo al rischio sistemico che i generali della guerra ibrida putiniana conoscono a menadito?
Klemperer contava le parole con una matita, di nascosto, rischiando la vita. Noi abbiamo strumenti per contarle infinitamente meglio di lui, e ci raccontiamo che il problema sia altrove. Se c’è una causa materiale alla base dello stato di cose attuale, sta qui: nella colpevole sottovalutazione del piano simbolico da parte di chi dovrebbe presidiarlo. Le dosi di arsenico sono piccole, ma qualcuno le sta contando. Ora, come allora, sono gli avvelenatori.