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Credere che non si debba più credere

Presi in una rete di false notizie, sotto il dominio di poteri imperscrutabili, affidati a istituzioni a corto di credibilità, invochiamo la verità, cioè la corrispondenza delle parole alle cose. Ma l’appello al sacro patto tra parola e cosa è anch’esso un flebile soffio di voce. Sicché, l’unico patto che possiamo stringere è sempre e ancora quello che ci lega all’incertezza della condizione umana.

L’incertezza irrita al punto che preferiamo consentire ad assurde credenze piuttosto che indagare la realtà, inclusa la nostra e l’altrui coscienza. Storia e attualità mostrano con univoca eloquenza come gli umani siano programmati per la fede. Conservare il proprio stato di credenza è insito nella fisiologia, ci dice la scienza. La credenza, peraltro, è un valore sociale: chi è disposto a rinunciare alla propria vita per un convincimento è chiamato eroe, martire e santo, a meno che non provenga dalle schiere del nemico. Il motto fascista “credere, obbedire, combattere” non poteva essere più preciso.

Prima che venisse travolto da alcuni scandali per plagio, Jonah Lehrer scrisse un bel libro divulgativo sulle neuroscienze (Proust era un neuroscienziato, Torino 2008) in cui descriveva un interessante esperimento. Alcuni sommelier di chiara fama assaggiavano il vino proveniente da due bottiglie, una con etichetta di gran pregio, l’altra da supermercato. Il giudizio era unanime: il vino di pregio era eccellente, quello del supermercato imbevibile. Peccato però che si trattasse del medesimo vino: gli scienziati infatti avevano truccato le bottiglie. Sommelier cialtroni? Tutt’altro. Semplicemente, l’etichetta aveva preparato un’aspettativa e il gusto l’aveva confermata. Nel senso che il vino di finto pregio risultava veramente più buono al palato degli assaggiatori. Insomma, si crede a una narrazione (l’etichetta, in questo caso) e questa credenza instaura un giudizio non solo ideale ma anche sensoriale.

Il “pregiudizio di conferma” (confirmation bias) è l’atteggiamento mentale che consiste nel valutare le situazioni cercando supporto a ciò che crediamo già, invece di considerare le cose per come sono. Non si tratta di un comportamento deviante: fa parte di quello che dopo Kahneman chiamiamo “pensiero veloce”, ed è qualcosa che tutti pratichiamo di continuo. Sappiamo che questo modo di pensare è un’arma a doppio taglio: da una parte libera la mente da molto lavoro, dall’altra impedisce di considerare aspetti anche cruciali, traendoci non raramente in inganno. Recenti studi hanno mostrato come sia proprio il pregiudizio di conferma uno dei principali ingredienti della polarizzazione nelle reti sociali (l’effetto “echo chamber”), con tutto l’esecrabile florilegio di fake-news e bufale che ne viene a seguito.

Appelli alla verità si levano quotidianamente sia dalle cosiddette élites sia dai cosiddetti populisti. Le modalità, le finalità, le capacità delle due compagini sono assai diverse, ma l’idea di fondo è sempre quel Veritas Omnia Vincit con cui Jan Hus andò sul rogo. Sembrerebbe dunque un appello al superamento della credulità umana, se non ne fosse invece una subdola conferma.