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L’innocenza degli algoritmi

Se in Italia vi fossero persecuzioni giudiziare, sicuramente tra le vittime andrebbero inclusi i motori di ricerca di Yahoo e Google. Il primo è stato giudicato responsabile dal Tribunale di Roma per aver riportato tra i suoi risultati i link a contenuti illegali (leggete qui), il secondo (notizia di oggi 6 Aprile) è stato condannato dal Tribunale di Milano per aver associato suggerimenti imbarazzanti al nome di un professionista.

La giurisprudenza italiana si orienta dunque a considerare il risultato di una computazione come l'esercizio di una volontà, anche eventualmente la volontà di non intervenire sull'esito di un algoritmo in un dato contesto.

Immaginiamo ad esempio di aver progettato l'algoritmo per fare la somma di due numeri, quello che i bambini imparano alle elementari. Dati due numeri, l'algoritmo produce un terzo numero applicando una procedura di calcolo valida per qualsiasi combinazione. Immaginiamo però una classe delle elementari in cui sia proibito scrivere numeri primi. Cosa ci dovremmo attendere dal bambino a cui sia dato da calcolare 2 + 1? Se il bambino applicando l'algoritmo scrivesse correttamente 3, chi sarebbe responsabile di cosa?

A quanto si legge, sembra che i giudici italiani sostengano che la potenza dei motori di ricerca di oggi sia tale che non è più possibile considerare i gestori degli stessi irresponsabili rispetto ai risultati che producono. Se è vero che tali risultati possono essere manipolati, ad esempio per favorire i link sponsorizzati, allora si dovrà anche essere in grado di inibire i contenuti o i risultati illegali.

Ora, restando nella metafora della scuola elementare, è come se si dicesse al bambino: ormai sei grande e conosci i numeri primi, sei dunque in grado di capire quando devi scrivere il risultato della somma e quando devi evitarlo. La ragionevolezza di una posizione del genere dipende tutta da quel 'conosci i numeri primi'. Certo, si vede subito che 2,3,5,7 e 11 sono primi, ma cosa dire di 16453? Conosciamo la lista dei numeri primi fino a numeri relativamente grandi, ma non conosciamo un metodo generale ed efficiente per testare la primità di un numero qualsiasi.

Nel giudicare i casi di Yahoo e Google, i magistrati italiani hanno dunque deciso che, per un provider di servizi di ricerca, valutare la liceità di un contenuto qualsivoglia, o l'opportunità di una correlazione qualsivoglia, sia perfettamente fattibile, e dunque l'omissione di tale valutazione da parte del provider sia colposa. Sarà proprio così? La motivazione delle sentenze ci mostrerà anche le tecniche che gli informatici potrebbero e dovrebbero usare nella generalità dei casi?

In attesa che dalle procure italiane arrivino le prossime novità rilevanti nel campo della ricerca di informazione sul Web, speriamo che Yahoo e Google non decidano di chiudere le loro filiali in Italia per continuare a offrirci i loro servizi dai paesi dove i giudici sono un po' meno scienziati dei nostri.