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La terapia dell’odio in rete

Negli anni ’60, al Palo Alto Mental Research Institute (MRI) la psicoterapia fu rivoluzionata. L’idea fondamentale fu che, invece di capire le cause di un disturbo, si poteva agire sul paziente in modo creativo, ottenendo, per retroazione, un cambiamento. Si trattava dunque di saltare a piè pari indagini e spiegazioni per rivolgersi direttamente alla sfera emotiva del soggetto, anche usando tecniche come l’ipnosi. Il fatto di sbarazzarsi della pesante ermeneutica freudiana e proporre ai pazienti atti spesso grotteschi e paradossali non deve far credere che quegli psicologi, tra cui gente del calibro di Gregory Bateson (Verso un’ecologia della mente, 1972) e Paul Watzlawick (Change: sulla formazione e la soluzione dei problemi, 1974), fossero dei situazionisti buontemponi. Al contrario, essi adottavano sofisticati modelli di tipo logico-matematico. Erano i tempi della cibernetica, non va dimenticato.

Gli psicologi di Palo Alto sostenevano che il loro approccio performativo poteva applicarsi non solo agli individui ma anche alle coppie, alle famiglie, alle società. Se l’odio in rete è una patologia sociale, ci si può dunque chiedere se il loro approccio possa essere utilizzato per guarirla. In tal caso, piuttosto che indagare le cause sociologiche e psicologiche dell’odio, ci si dovrebbe focalizzare sull’ideazione di pratiche che siano in grado di metterlo fuori gioco. Proveremo a seguire questa traccia.

Uno dei principali strumenti formali del MRI  lo aveva fornito Bertrand Russell molti anni prima con la sua teoria dei tipi (Principia Mathematica, 1910) . Questa dice che, quando si ragiona, il livello degli oggetti e il livello dei predicati devono essere tenuti ben distinti. Sembra una banalità: il mio gatto miagola, ma la specie Felis catus, elemento della tassonomia di Linneo a cui esso appartiene, certamente no. Nel linguaggio ordinario tuttavia si mischia tutto: possiamo dire ad esempio “il gatto è un animale domestico, infatti il mio non esce mai di casa” incuranti del fatto che col pronome possessivo (mio) ci siamo riferiti a qualcosa che avevamo in precedenza caratterizzato come specie che, in quanto tale, non dorme di certo sul nostro sofà. Ora, si può dimostrare come, se si vuol fare un ragionamento formale, sia invece necessario essere pedanti e distinguere nettamente gli insiemi dagli elementi che vi appartengono. Insomma, bisogna badare al tipo logico delle cose che stiamo trattando.

Per gli psicologi, il cambiamento avviene quando il paziente riesce a saltar fuori dal “tipo logico” del suo abituale comportamento, cioè, in parole povere, dal suo usuale schema di pensiero. Il terapeuta non deve far altro che provocare (spesso letteralmente) questo salto, in poche sedute, senza tanti preamboli. Se vogliamo applicare una strategia di questo genere al fenomeno sociale dell’odio in rete, dobbiamo dunque chiederci quali provocazioni possano funzionare perché gli odiatori siano indotti ad uscire dalle secche delle loro tetraggini mentali. Devono essere cose da fare sui social, con poco.

Studiando la ricerca di Palo Alto, nasce il sospetto che l’indagine accademica, la repressione poliziesca o l’indottrinamento scolastico contro l’odio in rete non servano a molto, e anzi potrebbero addirittura essere controproducenti. L’hater odia anche perché si sente indagato, represso, indottrinato dalle élite. E che, vogliamo dargli ragione? Meglio invece tendergli trappole psicologiche come quella che tecnicamente si chiama prescrizione del sintomo. Si tratterebbe ad esempio di dire all’odiatore: “non verrai perseguito a condizione che ogni giorno tu insulti sui social qualcuno contro cui non hai nulla” (niente paura per gli insultati, che saranno consapevoli del gioco).  Se, saltando di livello logico, lanciare anatemi diventasse un rituale, l’hater prima o poi abbandonerebbe il suo comportamento, o lo ristrutturerebbe come attività ricreativa. Per inciso, c’è un gruppo reddit dove la gente si diverte a farsi duramente motteggiare dagli sconosciuti. Forse, per contenere l’odio in rete, quel gruppo spontaneo sta ottenendo più di quanto sarebbe possibile con ponderose campagne educative.

Un’altra provocazione potrebbe ispirarsi a quella scena del Cyrano di Rostand in cui l’orgoglioso e nasuto spadaccino, finissimo poeta, risponde a chi aveva schernito, ma fiaccamente, la sua celebre propaggine. Egli elenca al suo detrattore numerosi esempi di come avrebbe potuto offenderlo meglio se solo avesse avuto più fantasia. Il bersaglio dell’offesa dunque si auto-ferisce in modo poetico, provocando un cortocircuito logico che manda in frantumi il proposito dello schernitore. L’espressione oltraggiosa viene messa alla prova dell’assonanza, della metafora, dell’invenzione concettuale, insomma del bello. Un concorso di “poesia hater” sui social più popolari, sul genere di quello che i rapper chiamano freestyle, potrebbe convogliare lo sfogo dell’aggressività sociale in un contenitore dove sono presenti gli enzimi della creatività, capaci forse di trasformare il liquame del turpiloquio nell’humus di qualche consapevolezza.

La socialità in rete è un fatto storicamente recente, gli individui e le comunità sono alla ricerca di modi che la rendano, per lo più, un fattore di promozione e progresso. In questo spirito, il Ministero dell’Innovazione ha promosso un’iniziativa di studio e partecipazione che raccolga la voce della “società civile” sul fenomeno dell’odio in rete. Ciò che avete letto, per il suo carattere sommario e assolutamente dilettantistico, non può essere un contributo a questa iniziativa, ma spero possa dare qualche spunto, ed è comunque un augurio di buon lavoro.