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Lo stato d’eccezione del ragionamento filosofico

Il 26 Febbraio il filosofo Giorgio Agamben aveva detto che l’epidemia COVID-19 era un’invenzione e un pretesto per instaurare un regime di controllo. Nei giorni seguenti, al crescere dell’ecatombe e sotto la sferza delle critiche piovute da tutto il mondo, aveva insistito sulle sue tesi, giungendo perfino, di recente, ad accusare la Chiesa per aver ceduto ad una visione materialistica della vita. Volendo ridurla all’osso, sicuramente con qualche abuso, la tesi di Agamben è che la dimensione spirituale (o relazionale, per i materialisti) della vita non è scindibile da quella biologica (la cosiddetta “nuda vita”), dunque limitare la prima, inibendo le relazioni sociali o le funzioni religiose, significa negarla per intero. Dunque, le misure di distanziamento sociale adottate dal Governo a causa dell’epidemia andrebbero revocate e i riti collettivi ripristinati, non importa se al prezzo della “nuda vita” di qualcuno. Più o meno quello che affermava Boris Johnson prima di finire all’ospedale.

Quella di Agamben è una tesi, cioè una teoria. L’assioma principale è, appunto, il fatto che la vita umana abbia una dimensione spirituale, cioè non sia un semplice “stare al mondo”. Essendo una teoria di carattere filosofico, non si può che sperimentarla mentalmente. In questo caso è presto fatto: la teoria non funziona neanche per chi condivide una visione spiritualistica. Se ad esempio la Chiesa non avesse rinunciato alle funzioni liturgiche, oggi la probabilità che io possa contrarre il virus letale andando in autobus, al supermercato o al lavoro sarebbero più alte. Ora, poiché la mia spiritualità (o relazionalità) non s’accresce col fiato di quelli che viaggiano con me nell’autobus, o sono dietro di me in fila al bancomat, l’esperimento mentale dimostra con chiarezza che Agamben dice, in questa circostanza, una sciocchezza. La riprova è nel fatto che posso ben conservare la mia spiritualità restando socialmente isolato, migliaia di eremiti delle più varie religioni, nei secoli passati, non possono aver tutti sbagliato.

La discussione potrebbe concludersi qui, ma resta una domanda: perché il filosofo italiano più noto al mondo, autore di lavori pregevolissimi eccetera, dice una cosa sciocca e poi vi insiste? Forse si tratta di una combinazione tra vari difetti di pensiero tra cui il pregiudizio di conferma, l’incompletezza deduttiva, il ragionamento motivato. Il pregiudizio di conferma, studiato dai cognitivisti, è quello per cui, pur di non rinunciare a una nostra credenza, siamo disposti a ignorare ciò che abbiamo davanti. La variante consiste qui nel fatto che la credenza in questione è una pura speculazione. L’incompletezza deduttiva invece è una circostanza nota ai logici: noi non siamo in grado di elencare tutte le conseguenze di una nostra affermazione, per il semplice fatto che queste sono infinite. L’intelletto umano però si distingue proprio per l’abilità nel calcolare le conseguenze rilevanti e trarne utili indicazioni, tralasciando il resto. E se da un’affermazione che suona bene (la vita umana è più della sua mera biologia) si trae qualche conseguenza stravagante (meglio morire che rinunciare al funerale) si dovrebbe subito capire che c’è qualcosa che non va. Bisognerebbe prendersi sempre il tempo di calcolare le conseguenze di ciò che si dice, senza cedere al protagonismo della parola, ma spesso questo contravviene ai nostri scopi. Ciò che spesso ci impedisce di calcolare le conseguenze del nostro discorso è il ragionamento motivato: ci si focalizza nel supportare la tesi che ci sta a cuore (in questo caso i pericoli del cosiddetto “capitalismo del controllo”), trascurando aspetti anche fondamentali.

Forse il problema è complicato dal fatto che sul sostantivo “vita” insiste ciò che si chiama polisemia sistematica. Si tratta di una caratteristica basilare del linguaggio: con la stessa parola (specie se si tratta di una molto comune), e perfino nella stessa frase, possiamo intendere cose semanticamente assai diverse. L’esempio più amato dai linguisti riguarda “libro”: Il libro che m’hai regalato è molto interessante ma pesa troppo e non l’ho portato con me. Nella prima occorrenza del sostantivo, e nel successivo richiamo del pronome, ci riferiamo all’oggetto che abbiamo ricevuto: si tratta di un corpo fisico pesante. Ma quando applichiamo ad essa l’aggettivo “interessante”, evidentemente alludiamo al contenuto informativo, alla trama, cioè qualcosa di astratto, che non ha corpo. Va da sé che questa pratica sia del tutto usuale nelle conversazioni quotidiane: se volessimo essere totalmente precisi dovremmo ricorrere a noiosissime circonlocuzioni. Il linguaggio ama la sintesi, e per ottenerla fa leva sulla nostra fantasia e la nostra bontà d’animo, talvolta sopravvalutandole.

Ora: siamo autorizzati a dire ad esempio che un libro è più del suo materiale, perché è inscindibile dal suo contenuto informativo? Certamente sì (anzi suona come senso comune) ma non in forza del nostro uso linguistico. In tal caso infatti usiamo il verbo essere per istituire un concetto che è la somma di due enti i quali, se ci pensiamo un attimo, esistono indipendentemente l’uno dall’altro. Ogni parola, per complessa che sia, ha il diritto di abitare i nostri discorsi, ma non dobbiamo promuovere la sua sistematica plurivocità al rango di ontologia. Una cosa è la trama, un’altra è la copertina, entrambe esistono col libro e, nella loro differenza, meritano specifica attenzione.

Nessuno direbbe che senza la trama un libro non è un libro (si dice pure: quel libro non ha una trama, c’è poi gente che acquista libri finti per sfoggiare biblioteche posticce, e ci sono volumi della Biblioteca di Babele in cui si rintracciano, tra pagine e pagine di caratteri senza senso, frammenti di verità). Allo stesso modo, non è che la vita non sia tale senza spiritualità o relazionalità: anche quella del peggior edonista, materialista, misantropo, schiavo volontario del capitalismo tecnologico ne è una forma. Nel rispettare anche quella, la Chiesa sta dando prova di grandezza, non a caso sono i fascisti quelli che sbeffeggiando il Papa vorrebbero tornare a messa. I fascisti, cioè quelli che ancora oggi inneggiano a Eichmann, il nazista che Agamben accosta maliziosamente a chi oggi sta cercando, bene o male, di tutelare la salute pubblica.

Dei pericoli dello “stato d’eccezione” potremo parlare con gli strumenti della democrazia quando si faranno concrete proposte. Per il ragionamento filosofico lo stato d’eccezione sembra già iniziato.