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Vaghezza, coscienza, fase 2

Milioni di italiani si stanno in queste ore chiedendo se, stanti le regole sulla vita sociale stabilite dal Governo per della cosiddetta ‘fase 2’ dell’epidemia COVID-19, possono o non possono recarsi a trovare qualche persona cara. L’interrogativo ruota attorno alla parola ‘congiunto’, che qualifica i soggetti che è possibile, sia pure con mille cautele, frequentare. Come stabilisco se qualcuno è un mio un ‘congiunto’?

La proposta del vocabolario standard è quella che per ‘congiunto’ si intenda un parente o un familiare. Ma la nozione lessicografica sta stretta ai soggetti concreti di un Paese laico: che ne facciamo dei fidanzati e delle fidanzate? Qui c’è anche in gioco il diritto alla sessualità, specie dei giovani, insomma roba non da poco.

Ecco allora che dal Governo si precisa: “I congiunti sono le persone con le quali si intrattengono rapporti affettivi stabili” (Paola De Micheli), con riferimento forse alla sentenza della Corte di Cassazione del 10 novembre 2014, che include queste figure tra coloro che possono essere risarcite in caso di incidente stradale.

Il dubbio ermeneutico su ‘congiunto’ si trasferisce dunque sulla locuzione ‘relazione stabile’. Che significa avere una relazione stabile? Dopo quanti anni (o mesi, o giorni) in cui una relazione sussiste, questa inizia a soddisfare i requisiti dell’aggettivo? Un litigio può revocare la stabilità di una relazione? E un malinteso? E un tradimento? I filosofi capiscono al volo che qui siamo entrati nel campo minato della vaghezza. E ora, se servono a qualcosa, dovrebbero tirarcene fuori.

In filosofia, si distinguono tre fonti di vaghezza: quella semantica, quella epistemica e quella ontologica (Sebastiano Moruzzi, Vaghezza, Laterza 2012). Una parola è semanticamente vaga se il suo uso e la sua interpretazione possono variare in base ai contesti e ai parlanti; è epistemicamente vaga se non esistono procedure di accertamento delle sue pur chiare condizioni di verità; infine, è ontologicamente vaga se quello che univocamente denota è, in sé, privo di contorni e di identità.

Una coppia di fidanzati, ad esempio, può dissentire sull’uso dell’aggettivo ‘stabile’ riferito alla loro relazione in modo anche radicale. Può darsi infatti che ciascuno dei due ne faccia un proprio uso, anche in relazione all’esperienza personale: Don Giovanni, Carmen e Violetta non parlano come Donna Elvira, Don José e Alfredo. Siamo quindi senz’altro nel territorio della vaghezza semantica. Epistemicamente, le cose non vanno meglio: se per stabile non si intende un mero criterio cronologico ma anche la coerenza del comportamento ‘congiuntivo’ dei soggetti in relazione, cioè, ad esempio, della fedeltà, si vede bene che per dissolvere la vaghezza bisognerebbe disporre di procedure di fact-checking alquanto intrusive. Infine, la qualità ‘stabile’ della relazione affettiva è ontologicamente vaga tanto quanto l’oggetto a cui inerisce. Quali sono i contorni di una relazione affettiva eleggibile per decreto? Ci deve essere sessualità, ad esempio, e quanta? Il Ministero chiarisca.

La filosofia dunque non ci tira fuori da questo pantano, ci dice solo: siete impantanati qui, e ci siete fino al collo. Come dobbiamo allora comportarci con le Forze dell’Ordine impegnate nelle verifiche dei prossimi giorni? Se ad esempio dovessero chiedere ad una studentessa di filosofia fermata ad un controllo da quanto tempo dura la relazione con la persona che dice di andare a trovare, ella potrebbe affermare che se esistesse una risposta pertinente alla domanda, cioè tale da permettere di giudicare se si tratta di una relazione stabile, allora esisterebbe anche il momento specifico in cui la relazione in questione è transitata (o transiterà) istantaneamente nello stato che soddisfa i requisiti di legge. Si tratta del paradosso del mucchio (sorite): qual è il granello che rende ‘mucchio’ una manciata di sabbia? Non c’è, evidentemente, eppure togliendo i granelli uno ad uno il mucchio scompare. Qualsiasi risposta la studentessa darà, in conclusione, verrà interpretata arbitrariamente, o al più paradossalmente.

La cosiddetta ‘fase 2’ si prospetta dunque all’insegna della vaghezza, cioè della soggettività e dell’incongruenza. Tuttavia, non sembra esserci una via di mezzo tra imposizioni draconiane e totale rilassamento. Qualsiasi misura formalmente ineccepibile richiederebbe strumenti di verifica inattingibili o definizioni empiricamente assurde.

Se nel mondo di ieri non c’era alternativa alla libertà individuale, nel mondo di domani, a quanto pare, non ci sarà alternativa alla coscienza sociale. Ciascuno dovrà giudicare il miglior compromesso tra i propri bisogni e quelli della collettività. Un compito non da poco.