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Il genere dell’identità

La complicata vicenda del Disegno di Legge Zan ruota attorno alla presenza o meno, nel testo, del riferimento all'”identità di genere”. I conservatori vogliono espungere quella dicitura, i progressisti la considerano invece una chiave di volta. Altri, nel mezzo, cercano di capire se la questione possa offrire opportunità politiche.

Ma che genere di identità è l’identità di genere, che tanto agita i nostri legislatori?

Riguardo all’identità, la logica parla chiaro ma poco: ci dice che si tratta di una “relazione transitiva, simmetrica e riflessiva”, ma non entra nel merito di come debba essere definita. Prendiamo ad esempio un cesto di mele assortite. In questo cesto, la prima relazione di identità è quella che definisce l’appartenenza degli oggetti contenuti alla classe delle mele: se nel cesto ci fosse anche una banana, non sarebbe più un cesto di mele. Detto questo, possiamo avventurarci nella varietà del frutto: annurche, renette, golden, stark, eccetera, ciascuna distinguibile per forma e colore. Anche in questo caso, il criterio di identità di ciascuna singola specie è dato in natura. Ma possiamo anche decidere di identificare le mele grandi e rosse, a prescindere dal tipo, e metterle da parte per Biancaneve. Anche questo sarebbe possibile in base ad una relazione di identità, stavolta tuttavia si tratterebbe di un criterio di nostra concezione. Quante relazioni di identità possiamo applicare alle mele nel cesto? Tante quante possiamo trovarne o inventarne.

Ma se la realtà ci consegna criteri di identità, perché cercarne altrove? Perché non basta il discorso su quello che c’è, cioè l’ontologia? La famosa vicenda della nave di Teseo ce lo spiega. Gli ateniesi – narra Plutarco – vollero conservare la nave con cui Teseo tornò da Creta. Ma nel corso del tempo il legno della nave si deteriorava, sicché gli ateniesi sostituivano le parti guaste con nuove copie. All’inizio andò tutto bene, ma ad un certo punto i filosofi iniziarono a litigare: quella nave ormai quasi interamente rifatta era ancora la nave con cui Teseo tornò da Creta? Esiste un vero e unico criterio di identità delle navi? Più in generale: se un oggetto è fatto di parti, esiste una parte senza la quale quell’oggetto non è più re-identificabile? Oppure: esiste una disposizione delle parti che è necessaria affinché l’oggetto rimanga uguale a sé stesso?

Molti filosofi affrontano il problema dell’identità accollandolo al soggetto: la nave è quella di Teseo fintanto che gli ateniesi la identificano come tale. Questo approccio sposta il problema dal piano metafisico a quello dialettico: per gli ateniesi, si tratta in questo caso di trovare un accordo sociale, linguistico, attorno a quello che hanno davanti agli occhi. Ma un realista sarcastico potrebbe dire che questo richiama alla mente il celebre motto di Quèlo: “la risposta è dentro di te, epperò è sbagliata!”.

E veniamo al caso dell’identità di genere. Quello che i conservatori non ammettono è che esistano due criteri di identità: quello del sesso biologico e quello, appunto, del genere, cioè del senso di appartenenza del soggetto ad una classe il cui criterio di identità è definito non semplicemente dall’anatomia ma dagli elementi psicologici e culturali che ruotano attorno al dimorfismo sessuale. “Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem“, sembrano dire scolasticamente gli oppositori del “gender”. Per un antico principio di economia detto “rasoio di Occam”, non bisogna ipotizzare che esistano enti (e un criterio di identità è un ente, ancorché non fisico) senza che questo sia indispensabile. Ma i sostenitori del “gender” possono tranquillamente farsi crescere i baffi rispondendo con un aforisma attribuito a Einstein: “Everything should be made as simple as possible, but no simpler“, vale a dire: attenti a non farla troppo facile.

Una domanda a cui anche il più classico dei realisti non può sottrarsi è la seguente: “esiste l’identità di genere”? Perché se non esiste, così come non esiste una “identità di specie” (nel senso che non risulta che alcun umano si sia mai seriamente identificato in un gatto), allora il discorso si può chiudere. Altrimenti, appunto, non si può farlo troppo semplice. Ora, non c’è dubbio che ci sia, e ci sia sempre stato, il fenomeno delle persone che si identificano in un genere che non corrisponde a ciò che hanno tra le gambe. La storia ne abbonda: uno di questi, Eliogabalo, imperò anche su Roma. I “femminelli” fanno la loro vita nei rioni popolari di Napoli, senza troppe obiezioni da parte dei concittadini. Alcune tribù native d’America riconoscono l’esistenza di ben cinque generi. L’Associazione degli psichiatri americani non ha dubbi che esista il fenomeno della “disforia di genere”, e dal 2013 non lo considera neanche più un “disordine”. La sanità pubblica, anche in Italia, supporta le persone che vogliono cambiare sesso e non, ad esempio, chi voglia alzarsi gli zigomi, segno che la cosa ha una sua importanza. Insomma: la realtà parla chiaro, i fatti, come disse quel tale, hanno la testa dura, perfino più dura di quella di Odifreddi.

Negare che l’identità di genere esista espone il realista al rischio di mutarsi paradossalmente in un idealista radicale. Ogni moto psicologico di identificazione in un genere diverso da quello anatomico sarebbe infatti, nella persona in cui si genera, un fatto a sé, irriducibile a qualunque causa. L’insieme delle persone che intendono cambiare sesso non sarebbe più allora, in effetti, una classe al pari delle classi dei maschi e delle femmine “straight“, così come l’insieme delle mele da dare a Biancaneve non sarebbe paragonabile all’insieme delle mele annurche, mancando di un suo naturale criterio di identità. Ma sulle bizzarre conseguenze di questa filosofia, Borges ha già scherzato abbastanza. Per gli abitanti dell’immaginaria Tlön, da lui raccontati, quel bianco che sorgeva la notte non era la luna, ma un occasionale “luneggiare”. Di conseguenza essi parlavano senza sostantivi: invece di dire “sorse luna sul fiume” dicevano “verso su dietro semprefluire luneggiò”. Naturalmente, i conservatori non vogliono ridursi a parlare in un modo così buffo. Oltretutto, per coerenza, uno come Pillon dovrebbe dire, ogni mattina, “anche oggi maschieggio”, e il risultato sarebbe esattamente opposto a quello che egli auspica.

Dunque l’identità di genere come principo di classificazione deve esserci anche per chi non vuole che sia menzionato nella legge. E allora, evidentemente, se si vuole espungere questa realtà dai nostri ordinamenti, siamo in presenza di un fenomeno ideologico. In particolare, il genere non è conforme a quella ideazione che Orban ha recentemente convertito in legge, e cioè che il sesso biologico debba determinare il genere psicologico, e se non lo fa, peggio per chi ha quella psiche. E forse a certi conservatori questo paradosso piace, perché imporre una capricciosa ideologia alla vita concreta delle persone è l’essenza stessa dell’autoritarismo.